di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 7di Jianjie Lin con Zu Feng, Guo Keyu, Sun Xilun, Lin Muran
Cina, Francia, Danimarca, Qatar 2024 – durata 99’
Saltburn incrocia Parasite in questo thriller da camera dall’incedere elegante che affronta, utilizzando il genere (oltre al thriller anche il mistery), un nervo scoperto della società cinese (la legge che imponeva un unico figlio e la relativa abrogazione) inserendolo nelle dinamiche di una famiglia della media borghesia. Intanto è interessante un film ambientato in Cina che esce dal cliché dei film ambientati in Cina da festival o che arrivano sul nostro mercato, il più delle volte concentrati su storie di emarginazione o di opposizione al regime dittatoriale. La visione del regista tiene conto dello sviluppo e dell’apertura che il mercato cinese ha avuto negli ultimi anni e punta lo sguardo su un contesto benestante, dove la famiglia è patriarcale e la scelta della scuola è fondamentale per il futuro lavorativo e sociale di uno studente. A un occhio distratto potrebbe sembrare di essere in Giappone. Un film che guarda quindi alle sfumature del presente, mai a senso unico, e alla sua complessità. Al centro del racconto un giovane, povero ma di talento, che si insinua gradualmente in una famiglia agiata, diventando il (secondo) figlio che ha tutte le qualità assenti nel primo. La nuova famiglia lo accoglie con entusiasmo perché colma vuoti e frustrazioni che hanno origine in un passato mai davvero risolto.


Il regista, alla sua opera prima e forte del suo passato da biologo, studia il contesto familiare come se fosse al microscopio – l’utilizzo frequente dello zoom va in questa direzione – ma, paradossalmente, più si avvicina ai personaggi sondandone i comportamenti, più si allontana da un punto di arrivo davvero risolutivo. Qualcosa di enigmatico e di non risolto resta sempre in sospeso. Efficaci alcune scelte, ad esempio quella di riprendere il protagonista quasi sempre di spalle, come se non fosse mai davvero a fuoco, e determinante il contributo delle scenografie (nella casa si combinano arredi moderni con elementi della tradizione cinese) e della luce che in quella casa – elegante, asettica e sofisticata – crea più zone d’ombra che luminose. Teso, asciutto, con più domande che risposte, il film procede pacato senza concedere troppo allo spettatore, soprattutto nel finale che chiude la vicenda senza davvero scioglierla, lasciando che alcuni non detti determinanti restino tali. Al Noir in Festival ha vinto il Black Panther Award 2024.

