REFLECTION IN A DEAD DIAMOND

Una colta destrutturazione del genere action-mistery

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 6.5

di Hélène Cattet e Bruno Forzani con Fabio Testi, Yannick Renier, Koen De Bouw, Maria de Medeiros, Thi Mai Nguyen

Belgio, Lussemburgo, Italia, Francia (2025) – durata 87′

Può un film essere al contempo geniale ed estenuante? A vedere Reflet dans un diamant mort si direbbe proprio di sì. L’opera di Hélène Cattet e Bruno Forzani, divenuti celebri nel 2009 con Amer, omaggio postmoderno al giallo all’italiana amatissimo da Quentin Tarantino che lo ha inserito nella lista dei dieci migliori thriller di sempre, gioca con il cinema flirtando con i classici degli anni ‘60 e contaminandoli con il fotoromanzo, le riviste e i fumetti, attraverso un modo di raccontare originalissimo. È un cinema sensoriale quello proposto dai due registi che ha nella frammentazione, attraverso un montaggio visivo e sonoro curatissimo che ti butta in faccia brandelli di film, il suo punto di forza. Nel frullato pop che ne deriva ci finisce di tutto, da Diabolik (qui ribattezzato Serpentik) ai poliziotteschi degli anni ’70 (la presenza di Fabio Testi non è un caso), ma ci sono anche tracce di Dario Argento, Mario Bava, James Bond e chi più ne ha più ne metta. Il problema è quello di volere anche impostare una storia di senso compiuto, in grado di reggere il minutaggio di un lungo e qui purtroppo il progetto si sgonfia fino a risultare tanto artistico e creativo quanto circoscritto all’esercizio di stile. Si resta quindi ammirati per le trovate che si susseguono a ritmo frenetico, per l’immaginario così amorevolmente evocato, ma è un piacere meramente intellettuale. Poco male eh, averne di registi con una visione così precisa, ma si tratta di un cinema colto e consapevole che non vuole, o non può, andare oltre l’omaggio cinefilo.

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