HORIZON: AN AMERICAN SAGA La seconda parte non uscirà al cinema nel mese di agosto  —  CINÉ 2024 2 – 5 Luglio 2024 - le Giornate Professionali di Cinema di Riccione

INTERVISTA A THOMAS CAILLEY

Il regista francese parla del suo THE ANIMAL KINGDOM

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

The Animal Kingdom è stato presentato in anteprima al Biografilm Festival. Ad accompagnarlo il regista e sceneggiatore Thomas Cailley che si è reso disponibile per una tavola rotonda a cui ho partecipato insieme ad altri giornalisti.

È stato lui a partire dicendo subito su cosa verte il film:

Nel film ci sono diversi temi però è sicuramente il racconto di formazione di un ragazzo che sta costruendo se stesso e la sua identità, ma è anche il racconto di una società che attraverso un mutazione deve imparare a rapportarsi a una nuova realtà. Questo avviene attraversando reazioni molto diverse, c’è chi la accoglie con amore andando incontro in modo positivo allo spirito di cambiamento e chi invece la rifiuta e reagisce in maniera violenta”.

Come si è arrivati al complesso design delle creature, metà umane e metà animali?

È stata una preparazione molto molto lunga. Normalmente dopo la sceneggiatura si passano tre o quattro mesi a effettuare la pre-produzione, in questo caso c’è voluto un anno e mezzo. Sono partito con dei disegnatori con cui abbiamo creato un’idea dei personaggi che volevamo, poi c’è stato il casting che è stato fondamentale per creare su di loro l’evoluzione dei personaggi, il passaggio dall’uomo all’animale. Ci doveva essere qualcosa di sensuale, di viscerale, ma soprattutto di realistico. Spesso nei film vediamo una mutazione dall’uomo all’animale che avviene in maniera quasi magica, in questo caso volevo che fosse estremamente realistico ed è per questo che è una lenta mutazione, progressiva, non si può fermare, come una malattia. Abbiamo quindi lavorato molto sugli attori e sui loro corpi aiutandoli nei movimenti ad adattarsi. Ci cono interventi di animatronic, il supporto di cavi, ma anche effetti digitali che sono diversi per ogni personaggio. Si è creato questo cocktail di attorialità, design e tecnologia che è diverso per ogni attore e personaggio che incarna”.   

In un mondo che spinge sempre di più verso l’intelligenza artificiale, la tecnologia, le macchine, il film propone un approccio analogico e vuole ritornare alla vera natura dell’uomo?

Il punto principale del film è quello di ragionare sul fatto che nella nostra epoca probabilmente abbiamo la necessità di ripensare a come possiamo reinventare un modo di vivere insieme, noi uomini e noi uomini insieme all’ambiente, alla natura e agli animali. Se ci pensiamo, l’uomo è l’unico che a un certo punto ha creato una frontiera, ha deciso che c’è qualcosa che è sua proprietà di cui può fare quello che vuole. L’idea sarebbe quella di cancellare queste frontiere e questo limite e ricominciare a usufruire tutti insieme di quello che è un mondo di tutti. Ritrovare quindi un modo per accogliere quello che è intorno a noi e, quindi, ciò che è diverso”.

Come è nato l’incontro con Andrea Laszlo De Simone?

Ho cominciato a scrivere la sceneggiatura nel 2019, poi è iniziata la pandemia, siamo stati in isolamento e durante il lockdown sono andato avanti a scrivere. In quel periodo mi alzavo tutte le mattine ascoltando l’album “Immensità” di Andrea che non conoscevo di persona, me lo avevano regalato e penso che sia il migliore album dell’anno. La sua musica mi ha accompagnato durante tutta la scrittura, avevo la sensazione che parlasse di collegamenti a mondi diversi, in realtà Andrea mi ha spiegato che racconta l’amore per i figli, ma penso che alla fine non ci sia una grande differenza, perché anche quello è un mondo a cui ci si avvicina. Ho amato la sua musica e nel momento in cui ho finito la sceneggiatura ho pensato subito a lui, gliela ho mandata e gli è piaciuta e quando abbiamo cominciato a girare gli ho inviato qualche sequenza e lui è partito subito a scrivere della musica che potesse accompagnare quelle scene. È sempre una cosa molto strana lavorare con un musicista perché c’è un autore che entra nel lavoro di un altro autore, talvolta è estremamente destabilizzante, in questo caso è successo qualcosa di magico, con Andrea ci siamo capiti al volo ed è partito questo lavoro estremamente intenso, generoso e profondo. Tra l’altro Andrea è un polistrumentista e utilizza moltissimi strumenti analogici particolari lavorando anche molto sulla respirazione e questo si abbinava perfettamente con quello che abbiamo scritto, quindi ci siamo capiti molto bene”.

Sul set sono successe cose particolari, c’è qualche aneddoto significativo?

Beh, ad esempio il primo giorno che abbiamo girato con l’attore che interpreta l‘uomo uccello. Tom Mercier è un attore estremamente intenso ed era entrato talmente nella parte lavorandoci per settimane che quando è arrivato sul set si comportava come un uccello, non mangiava più come un essere umano, parlava solo con dei versi. Io ero abituato, ma la troupe era un po’ destabilizzata. Abbiamo girato una scena di notte nella foresta ed era molto freddo, lui doveva restare sdraiato a lungo ma ha rifiutato una protezione termica ed è rimasto sei ore al freddo arrivando ad avere delle vere e proprie convulsioni, con spasmi del corpo ed emissione di versi. Noi siamo rimasti in silenzio totale, quasi come fosse un documentario su un uccello e non un film di finzione. La cosa particolare è stata anche che in fondo alla foresta c’era un animale, un cervo, che rispondeva al suo richiamo, una sensazione davvero straniante perché attraverso la finzione abbiamo suscitato reazioni reali”.

Come si colloca il film nell’offerta del genere fantastico?

Non sono uno specialista del cinema fantastico, mi piace molto ibridare i generi, per cui per me questo è sì un film fantastico, ma anche un film d’avventura, un coming of age, un racconto familiare, però mi piace che venga definito fantastico perché quello che a me interessa è fare un film che ti porta in un mondo diverso. Se però uno mi dice che non ha capito bene a che genere appartenga mi fa piacere, perché quello che mi interessa è averlo trasportato altrove. Si può collocare tra La mosca, E.T., Il labirinto del fauno e Border – Creature di confine”.

Rispetto alla versione presentata a Cannes il film è più corto di due minuti. A cosa è dovuta questa decisione?

C’era un epilogo ambientato un anno dopo i fatti che mi piace molto, infatti nel dvd l’ho messo, però generava emozioni un po’ contraddittorie e dava risposte che ho preferito lasciare sospese”.

La scelta di non lavorare con troppi effetti speciali digitali ma con trucchi è stata fatta perché voleva riportare la lentezza del progresso e quindi farlo vedere in modo organico oppure è stata una scelta volutamente un po’ controcorrente rispetto a quello che si tende a fare oggi?

Quando si passa dalla sceneggiatura alla realizzazione vera e propria del film ci sono mille decisioni da prendere. Il modo per prendere quelle giuste è cercare di capire profondamente e perfettamente la forma che il film dovrà avere andando al suo cuore. Questo è un film che parla di corporeità, è un film estremamente fisico e la sua filosofia è stata quella di cercare in tutti i modi di essere il più vicino possibile a ciò che vivono i personaggi nel loro corpo. Se guardiamo alle grandi produzioni hollywoodiane fatte con 200 milioni di dollari tutte in digitale, troviamo delle cose meravigliose e incredibili, però finisce sempre per esserci qualche cosa che non riesce a riprodurre il reale negli esseri viventi in maniera credibile. La gravità, la pelle, non sono mai reali. Io non avevo 200 milioni di dollari (il budget del film è di 15 milioni di euro, n.d.r.), ma a parte questo, il mio obiettivo, sia per ragioni economiche che filosofiche, era di cercare di fare ogni cosa nel modo più naturale possibile. Ed era anche più interessante nel lavorare al film, sia per gli attori he per chiunque si mette in gioco. Tra l’altro questo approccio mi ha permesso discoprire tutta una rete di artigiani, truccatori, costumisti, artisti che non hanno sempre possibilità di mettere in campo la loro professionalità, mentre per il nostro film abbiamo lavorato a strettissimo contatto ed è stata veramente una gioia”.

Come mai la mutazione riguarda tutti indistintamente e in modo casuale?

È una grande metafora che segue tre linee rematiche: il percorso iniziatico del giovane protagonista, il suo rapporto con il padre e l’evoluzione del padre per relazionarsi con il figlio e come i personaggi reagiscono a questa società in mutamento. Perché queste linee tematiche funzionassero e diventassero universali la metafora andava applicata indistintamente a tutti, uomini, donne, giovani, anziani”.

Perché ha scelto la forma narrativa della distopia? È un topos narrativo che impera da moltissimi anni, ritiene sia ancora capace di criticare una società contemporanea dilaniata dalle guerre e sempre più complessa e globalizzata? La distopia riesce ancora a critica la società aiutandola a migliorare?

In realtà tento di resistere alla distopia. Secondo me la distopia mostra la violenza della realtà, il mio film è più un’utopia, nel senso che questa mutazione che non può essere fermata ma solo accettata, questa contaminazione, rendono necessario un altro modo per vivere nella società e la progressione che fa il giovane protagonista è proprio per affrontare e creare questa nuova e utopica società”.

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