FESTIVAL DEL CINEMA DI CASTEL VOLTURNO

Si è conclusa la settima edizione

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Il mondo dei festival cinematografici è quanto mai variegato, perché riflette la vita e la sua complessità. I festival più piccoli, che non significa peggiori, consentono di vivere esperienze che quelli più grandi, che non significa migliori, spesso non sono in grado di offrire, schiacciati dalla mole di eventi e dall’ansia di grandeur che li caratterizzano. Succede esattamente questo a Castel Volturno, dove al lato artistico, dedicato a un cinema indipendente fiero della sua peculiarità, si affianca un lato umano e sociale che consente un’immersione a 360 gradi in un territorio complicato.

Non conoscevo la storia di Castel Volturno, solo il nome evocato da qualche articolo di giornale su scontri di camorra. Una storia interessante, sfortunata, che ho cercato di ricostruire partendo dagli anni ’60, in cui l’architetto Coppola (niente a che vedere con il celeberrimo regista) ha il sogno di trasformare il tratto di costa nella Miami del Sud, supportato da una base militare americana e dalle tante residenze estive, più o meno abusive, della borghesia napoletana e casertana. A spezzare il sogno sono il devastante terremoto dell’Irpinia del 1980, il fenomeno del bradisismo e un progressivo ulteriore abbandono da parte delle istituzioni che stringe il territorio tra la camorra prima e la mafia africana poi.

Il festival cinematografico vuole essere una risposta propositiva all’impoverimento culturale (non c’è neanche più una sala cinematografica) e alla voglia di riscatto di chi non ne può più di doversi giustificare per scelte non sue che hanno portato la zona a diventare emblema di abbandono, degrado, barbarie architettonica e violenza. Al massimo suggestiva location a basso costo di film ambientati altrove, come Dogman, Gomorra, L’imbalsamatore, Indivisibili e Il vizio della speranza.

Alla settima edizione il festival, gestito con esuberanza e determinazione da Daniela Cenciotti (Direttore artistico), Paola Esposito (Direttore amministrativo) ed Emanuela De Marco (Direttore commerciale), è ormai un punto di riferimento imprescindibile per chi ha uno sguardo curioso e attento alla contemporaneità e per il territorio, nonostante il poco aiuto delle istituzioni. Essere giurato per il SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici) della sezione lungometraggi, insieme ai fantastici Giuseppe Ghigi e Davide Magnisi, mi ha permesso di entrare per qualche giorno in una grande famiglia in cui mi sono subito sentito accolto. Dove accade che una direttrice di festival si prenda la briga di portarti a fare un giro per il paese cercando di spiegartene, mostrandotela, la complessità?

Il festival ha affiancato alle opere in concorso (cortometraggi e lungometraggi) cinque giorni di workshop per le scuole tenuti dall’istrionico Luigi Barletta con lo scopo di insegnare ai ragazzi partecipanti anche una professione. E i lavori che hanno prodotto sono stati sorprendenti, a dimostrazione di come sia necessario consentire a tutti di esprimersi e trovare alternative a quelle che sembrano strade a senso unico già decise con l’appartenenza a un territorio.

Come giuria ci siamo subito trovati d’accordo nell’attribuire il premio della critica al poco visto Glory Hole di Romano Montesarchio, con lo straordinario Francesco Di Leva, con questa motivazione: “Glory Hole, lontano dalla retorica del solito film sulla camorra, mescola la realtà alla fantasia del protagonista, con un meccanismo narrativo condotto con lucidità, mettendo in scena un crescendo che si apre alla rivelazione finale, spalancando le porte all’abisso del presente”.

A ritirare il premio è stata la giovanissima co-protagonista Mariacarla Casillo, un vulcano di entusiasmo e un giovanissimo talento di cui sentiremo ancora parlare, ne sono certo.

Nel rielaborare l’esperienza vissuta mi è rimasta in testa una immagine e nel cuore una emozione.

L’immagine è quella di una signora seduta davanti a casa, con sguardo assente, mentre all’interno la radio, a volume altissimo, trasmette “Wild Boys” dei Duran Duran.

L’emozione che mi porto dentro è invece quella dell’incontro con Luigi Ferrucci, attuale Presidente nazionale della Federazione Antiracket Italiana, che ci ha raccontato la sua esperienza diretta con la camorra quando negli anni ’80 decise di non pagare il pizzo che gli era stato richiesto denunciando chi aveva minacciato di tagliargli la testa. Un atto di coraggio che ha innescato un circolo virtuoso di no alle estorsioni.

Non è facile, ma un altro mondo è possibile e il festival, a forza di piccoli passi, entusiasmo e grande determinazione, ce lo sta insegnando.

Grazie quindi a Daniela, Paola, Emanuela e a tutto il gruppo di validi e fondamentali collaboratori che si muovono dietro le quinte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *