HORIZON: AN AMERICAN SAGA La seconda parte non uscirà al cinema nel mese di agosto  —  CINÉ 2024 2 – 5 Luglio 2024 - le Giornate Professionali di Cinema di Riccione

IL CINEMA RITROVATO 2024

Bologna sempre più al centro del mondo

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Esisteva un tempo, neanche troppo remoto, in cui Bologna era una placida città di provincia chissà perché esclusa dai percorsi turistici. Da quando, nel 2008, tutti i voli internazionali della compagnia aerea low cost Ryanair sono stati trasferiti da Forlì all’aeroporto Guglielmo Marconi, la città ha completamente svoltato diventando meta gettonatissima, anche perché ideale per i week-end, i mordi e fuggi o come luogo di passaggio. Per intenderci, lo era anche prima, il fatto è che nessuno sembrava accorgersene, da quando invece arrivarci è diventato così alla portata di tutti le cose sono completamente cambiate. Fino ad allora il Festival del Cinema Ritrovato, che ebbe la sua prima edizione nel 1986, era un appuntamento per una rigorosissima nicchia cinefila che aveva così modo di riscoprire film rari e poco noti riproposti in versioni restaurate, poi con l’esplosione del Cinema in Piazza Maggiore, con il suo schermo enorme che per tutta estate ripropone grandi film, e con l’apertura del Modernissimo, la meravigliosa sala sorta sulle ceneri dell’Arcobaleno nel centro della città, il Festival è sempre più cresciuto fino a diventare un appuntamento sempre più irrinunciabile.

Si capisce dalle file che a ogni ora del giorno ci sono davanti ai cinema che propongono i film del festival e al fluire incessante di cinefili e curiosi che dalla Piazzetta Pier Paolo Pasolini, dove si affacciano le due sale del Cinema Lumière e la Biblioteca Renzo Renzi, fulcro della Cineteca, si dirigono verso gli altri luoghi del festival, dall’Arlecchino al Jolly, ma anche la sala Europa, vecchia sede della Cineteca. Un pubblico variopinto e di ogni età, diverso dai soliti frequentatori dei festival internazionali, più acceso da passione e curiosità che dal bisogno di attribuire voti e stellette, anche perché non c’è nessun concorso, nessun vinto, ma solo vincitori, attraverso un programma molto vasto che permette di scoprire o riscoprire il passato per capire meglio il presente e pensare con maggiore lucidità al futuro. Unico neo il fatto che non ci sono più biglietti singoli, ma per accedere alle proiezioni, a parte quella serale di Piazza Maggiore a libero accesso per tutti, occorre essere accreditati (ce ne sono di vari tipi, anche a prezzi modici), il che tende a far percepire la manifestazione come più di nicchia che popolare e potrebbe essere un disincentivo per chi volesse vedere solo un film o due. Vero è che il tutto esaurito di molti eventi (il sistema è sempre quello della prenotazione online) non lascia presupporre margini ulteriori, ma sarebbe bello dare la possibilità a tutti, non solo ad addetti ai lavori e appassionati, di godere in modo più diretto ed estemporaneo di una manifestazione così ricca e stimolante.

Il programma di quest’anno ha spaziato da Pietro Germi (di cui ricorre il cinquantesimo dalla morte) all’intramontabile Marlene Dietrich, per poi andare alla scoperta della lunga filmografia dello statunitense (ma di origini ucraine) Anatole Litvak, capace di attraversare 40 anni di storia del cinema, dello svedese Gustaf Molander, a cui dobbiamo la scoperta di Ingrid Bergman, e del giapponese Kōzaburō Yoshimura, regista di alcuni dei drammi più avvincenti del Giappone postbellico.

Un festival nella propria città potrebbe essere considerata una grande fortuna, e in effetti lo è, ma è paradossalmente più complicato da gestire perché quando si è in trasferta la propria vita personale è messa tra parentesi per qualche giorno, mentre il mix tra quotidiano, con le sue mille sfaccettature e impegni, e festival, produce sempre corto circuiti. In ogni caso è stata ghiotta l’opportunità di rivedere (e vedere per la prima volta su grande schermo) Un tranquillo weekend di paura, con tutto il suo carico di disillusione, lasciarsi ammaliare dall’affascinante ma scombiccherato La vestale di Satana di Harry Kumel e ritrovare Marlene Dietrich scatenata donna da saloon nell’ingenuo ma assai godibile Partita d’azzardo di George Marshall. Così come lasciarsi coinvolgere dalla determinazione di Ingrid Bergman con il suo ritorno a Hollywood (e alla conquista del secondo Oscar) per Anastasia di Anatole Litvak e scoprire per la prima volta un film poco visto come L’immorale di Pietro Germi, a mio avviso più interessante nel contesto dell’epoca (è del 1967) che riuscito.        

Comunque è proprio bella la sensazione di essere un puntino fra tanti davanti a uno schermo che racconta una storia ma anche un’epoca e che testimonia, attraverso le immagini e il loro senso, l’inesorabile scorrere del tempo. A un certo punto, guardando Partita d’azzardo, che è del 1939, ho acquisito consapevolezza che tutti quelli che compaiono sullo schermo sono probabilmente già morti. “Sto assistendo a un film di fantasmi”, ho pensato, “eppure sembrano tutti così vitali, pieni di entusiasmo e di energia. Ciò che sto guardando è una fotografia animata del passato, un vero e proprio teletrasporto”. C’è qualcosa di struggente nel guardare vecchi film che va al di là delle storie raccontate perché ci aiuta a capire cosa succedeva, quali erano le dinamiche relazionali, cosa vedevano le persone, come si vestivano, che cosa mangiavano, da quali tensioni erano animate. Un confronto che ci porta a constatare distanze siderali ma anche a trovare inaspettati punti di contatto. Grazie Cineteca per l’intenso lavoro che fai per farci viaggiare nel tempo e mantenere viva la curiosità nei confronti di un tempo che è volato via.

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