IL CINEMA RITROVATO 2025

Un tuffo nel passato per vivere appieno il presente

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Verso la fine del mese di giugno Bologna, da qualche lustro meta turistica gettonatissima, viene invasa da critici cinematografici provenienti da ogni parte del mondo. È infatti il periodo del Cinema Ritrovato, il festival che celebra i film restaurati e i classici di ogni epoca. Panama e Birkenstock vanno per la maggiore, ma c’è spazio per tutti, si tratta infatti di un festival rivolto a chiunque sia animato da curiosità, voglia di imparare e di scoprire. Occorre armarsi di pazienza (negli ultimi anni il caldo in città in questo periodo dell’anno non dà tregua, ma sul meteo non si può incidere più di tanto se non a colpi di aria condizionata) e di accredito (invoco la possibilità di effettuare biglietti singoli per consentire l’accesso anche allo spettatore occasionale).

Il programma ricchissimo di appuntamenti (454 film in 9 giorni) è come sempre l’ottima carta di presentazione del festival, come lo è di ogni festival, e quest’anno i capisaldi sono stati il cinema del maestro giapponese Mikio Naruse nel periodo prebellico, i noir nordici degli anni ’40, un omaggio all’austriaco Willi Forst attivo dagli anni ‘20 alla prima metà degli anni ’50, un tuffo nel cinema di 100 anni fa, quindi del 1925, il documentario musicale in 16 mm, retrospettive dedicate alla mitica Katharine Hepburn e al regista russo naturalizzato statunitense Lewis Milestone, oltre a tutte le schegge impazzite e non sempre catalogabili, come gli incontri con autori di rilievo. Per dire, sono stato a quello con il regista Jonathan Glazer che ci si immagina serio e rigoroso allo studio di effetti sonori disturbanti tesi a spiazzarci e che invece ho scoperto avere una inaspettata anima pop (il suo primo film al cinema è stato Grease che ha molto amato).

Come ho più volte avuto modo di constatare, avere un festival nella propria città, quindi Bologna, ha il vantaggio di non rendere necessario spostarsi per goderne, ma anche lo svantaggio che non ci si concede di viverlo a 360 gradi, ma solo in modo parziale, almeno per me funziona così, con un tempo più ritagliato (tra gli impegni quotidiani) che dedicato (esclusivamente al festival). Comunque sia, quando si arriva a goderne è bellissimo

Una cosa che ho imparato frequentando vari festival, questo in particolare, è che ciò che rende l’esperienza di una manifestazione cinematografica davvero unica ed entusiasmante è il fatto che non si tratta solo di film, ma di cinema. La differenza è fondamentale. I film si possono recuperare, non sempre ma spesso, l’esperienza che si vive in sala è invece unica. Ho in casa un dvd di Riso amaro (che non avevo mai visto), ma ho avuto modo di goderne in una copia appena restaurata in 4K; Artisti e modelle, con Jerry Lewis, Dean Martin, una scatenata Shirley MacLaine (al suo secondo film) e pure un cameo di Anita Ekberg, l’ho visto nello sfavillio del formato VistaVision, alternativa al CinemaScope introdotta negli anni ’50, con una copia restaurata meravigliosamente in 6K da Paramount. Non avevo ancora visto L’orologiaio di St. Paul, opera prima di Bertrand Tavernier con uno straordinario Philippe Noiret, ma vederlo con la presentazione di Thierry Fremaux, delegato generale del Festival di Cannes e grande amico del compianto Tavernier, è stato un valore aggiunto.

La differenza è quindi nel vivere l’esperienza come un evento irripetibile, accade qui ed ora. Non sono solo film, è cinema, condivisione, è vita.

Le foto a corredo dell’articolo sono di Luca Baroncini

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