DIVA FUTURA

In concorso al Festival di Venezia

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 7

di Giulia Louise Steigerwalt con Pietro Castellitto, Barbara Ronchi, Denise Capezza, Tesa Litvan, Lidija Kordić, Davide Iachini, Marco Iermanò

Italia – durata 128′

Tra gli anni ’80 e ’90 si affermò in Italia Riccardo Schicchi che attraverso “Diva futura”, la sua agenzia di casting e produzione specializzata in erotismo e pornografia, rese celebri, tra le altre, Ilona Staller, Moana Pozzi ed Eva Hanger. Fu un periodo di grande fermento per l’agenzia che grazie a  riviste, cinema, home video, tv private, calendari, hot line, sdoganò ufficialmente il porno come qualcosa che si poteva fruire non più di nascosto ma alla luce del sole, Insomma, si fa e si dice. Una piccola rivoluzione nel costume del periodo in cui nasce il fenomeno delle pornostar, termine coniato proprio allora, e che sfocio’ addirittura in politica (indimenticabile Cicciolina parlamentare e il suo “Partito dell’amore”). La cosa più difficile, e il film riesce nell’impresa, era connotare in modo preciso il periodo storico evocato creando un’atmosfera credibile in cui far muovere i personaggi. Non era semplice perché risultare moralisti, bacchettoni, giudicanti o semplicemente fuori luogo era un attimo. Giulia Steigerwalt nasce come attrice (ricordate la fidanzatina di Silvio Muccino in Come te nessuno mai?) e ha debuttato alla regia con l’apprezzato Settembre.

Il punto di partenza è il romanzo “Non dite alla mamma che faccio la segretaria” di Debora Attanasio, segretaria per lungo tempo dell’agenzia che ha curato insieme alla regista anche la sceneggiatura, mentre a produrre è la Groenlandia di Matteo Rovere, marito della regista. Protagonista, nel ruolo di Riccardo Schicchi, il bravo Pietro Castellitto che infonde al personaggio il suo piglio brillante e stralunato, ormai riconoscibile, rendendolo vivo. Il film raggiunge un prezioso  equilibrio tra il candore e la consapevolezza e non si limita a celebrare un periodo cavalcando l’effetto nostalgia; si insinua infatti con leggerezza, senza cadere nella superficialità, anche nelle crepe della facciata tutta amore libero e slogan ammiccanti sondando le contraddizioni tra la libertà sessuale e la mercificazione del corpo femminile. Determinante per il risultato “amorale, ma non immorale“, la fotografia che evoca proprio quella patinata del periodo, le scelte musicali, la ricostruzione delle immagini di repertorio e le efficaci scelte di casting. Un film che data la materia trattata rischia di essere sottovalutato, o non preso sul serio, non fatevi ingannare.

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