di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 6.5di Guillermo Del Toro con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth, Felix Kammerer, Charles Dance, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery
U.S.A. 2025 – durata 149′
Guillermo Del Toro è un regista con una visione ben precisa: pensa in grande, cerca il bello in ogni inquadratura e della fascinazione per il lato oscuro ha fatto la sua cifra stilistica. L’incontro con Frankenstein, uno dei mostri più celeberrimi di sempre, era quindi inevitabile. Il progetto, a lungo studiato e rinviato, ha trovato grazie a Netflix nuova spinta e la possibilità di essere realizzato. Il risultato è un solido intrattenimento che finisce però per non convincere appieno. L’opera è nettamente divisa in due parti, la prima è il racconto di Victor Frankenstein (un Oscar Isaac un po’ carico), la seconda adotta invece il punto di vista del mostro (un Jacob Elordi che nemmeno sotto chili di trucco riesce a nascondere la figaggine). La prima è la migliore, con scenografie imponenti e costumi pazzeschi che rivisitano con fantasia l’Europa del XVIII secolo, abbinati a un incedere appassionante che imposta contrati forti e uno spettacolo bigger than life. In poche efficaci battute trasmette anche l’assurdità di ogni guerra e trova sempre il supporto delle immagini nella sontuosa messa in scena. Con la seconda, qualcosa si inceppa.

A non convincere sono fondamentalmente due cose: il character design del mostro che sembra quello di un alieno (per cui effettivamente la produzione ha avuto solo nove settimane di tempo dopo che Jacob Elordi ha sostituito all’ultimo Andrew Garfield per conflitti di programmazione derivanti dagli scioperi SAG-AFTRA, per il cui design si era in fase di studio da nove mesi) e l’evoluzione del suo personaggio, che in breve tempo passa dal non sapere nulla del mondo e della vita a diventare un fine psicologo dalla piena consapevolezza di sé e degli altri. Così come non appare chiaro, soprattutto plausibile, perché il suo creatore rifiuti per così tanto tempo di considerarlo per quello che ha dimostrato di essere, cioè una persona, salvo redimersi in punto di morte dopo decine di vittime incolpevoli. Ma sono tanti i buchi di questa seconda parte, ad esempio il fatto che un vecchio cieco venga abbandonato per lunghi mesi in una casa isolata dai suoi familiari (tempo ovviamente necessario perché insegni al mostro tutto ciò che deve imparare). Al riguardo, c’è chi ammette che gli è tornato in mente Frankenstein Junior e il divertente incontro con l’eremita cieco interpretato da Gene Hackman e chi mente. Insomma, tanto è curata, anche narrativamente, la prima parte, quanto risulta approssimativa la seconda. La chiusa lascia quindi freddini nonostante i toni melodrammatici e il gran spolvero di violini di Alexandre Desplat. Poco convincente infine, sia nella prima che nella seconda parte, la Elizabeth di Mia Goth, piuttosto monocorde nonostante abbia alcune delle battute di dialogo più significative.

