di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Terminato il festival è tempo di bilanci, come sempre all’insegna della leggerezza. Così, senza pensarci troppo, ecco tutto ciò che è andato bene:
- Il sistema di prenotazione dei biglietti tramite Vivaticket, quest’anno perfettamente funzionante
- La nuova casa, sembrava una fregatura (stesso prezzo, più distante, un posto letto e un bagno in meno), invece la posizione sul mare era bellissima e una bella luce cambia la prospettiva delle cose, non solo al cinema
- Il panino al prosciutto crudo della Jenny, ruspante negoziante locale appassionata di film, soprattutto horror, che tutte le mattine mi chiedeva informazioni sui film visti
- I miei compagni di casa, con cui ci siamo fatti un sacco di risate, sembravamo studenti fuori sede (e fuori corso) in vacanza
- Le albe dalla nuova casa, il più delle volte direttamente in terrazza
- Il menu a 18 euro di uno dei pochi ristorantini, di cui non ho mai capito il nome, che non ti spennano (anche se la qualità rispetto all’anno scorso è calata)
- L’equilibrio della selezione, anche se è mancato il colpo di fulmine
- La disponibilità dei divi a farsi adorare da una folla urlante, cosa che può sembrare scontata ma non lo è e l’assillo costante di chi ti insegue ogni volta che ti palesi non deve essere sempre semplice da gestire
- Babygirl, Trois amies, Love, Maldoror, Diciannove, Broken Rage, Diva futura
- La grinta e l’entusiasmo di Peter Weir, protagonista di una vivace master class
- Fabrice Du Welz, molto simpatico, cinefilo e disponibile ad approfondire il suo cinema in un’intervista
- la presentazione del corto WeShort Original Ajar nella sezione “Orizzonti Corti”
- avere visto tutti i film in concorso, aspetto che consente di avere una visione completa della manifestazione e dello stato del cinema contemporaneo
- le chiacchiere improvvisate durante le file o al self service o mentre si fa una pausa o in vaporetto o prima che il film inizi

