GLI INTROVABILI Rassegna cinematografica al cinema Odeon di Bologna  —  CINEMA IN FESTA – SETTEMBRE 2026 Giunge alla nona e ultima edizione

LONDON nella sezione SIC a Venezia

Intervista ai registi Márcio Picoli e Victor Di Marco

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Alla Settimana Internazionale della Critica – la sezione autonoma e parallela, generalmente sintetizzata con SIC, organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia – è stato presentato in concorso il film brasiliano LONDON, diretto da Márcio Picoli e Victor Di Marco, quest’ultimo anche protagonista del film.

LONDON, che a Venezia ha vinto il Queer Lion, il premio assegnato al miglior film con tematiche LGBTQIA+ e di cultura queer, è il nome del protagonista, ragazzo disabile in fuga dagli stereotipi che lavora come dominatore in un locale fetish. Una visita medica gli offre la possibilità di capire meglio, attraverso una diagnosi precisa, il suo stato di salute e la sua disabilità, ma London teme che un’etichetta possa ridurre la sua autonomia facendolo diventare la sua disabilità.

Ho incontrato i due registi durante il Festival, presso la Casa della Critica, e ho avuto il piacere di intervistarli:

Cosa c’è di biografico in questo film?

VICTOR DI MARCO: “London è nato con la voglia di fare un film dove le persone disabili fossero desiderate e desiderabili, è questo l’unico aspetto biografico presente nel film.”

MÁRCIO PICOLI: “London non è la sua vita, ovviamente c’è la sua ispirazione in alcuni dettagli, la nostra ispirazione, perché lo abbiamo scritto insieme, e penso che ciò che il film vuole comunicare riguardi la disabilità e ciò che gli gravita intorno.”

Ho una domanda che riguarda proprio la disabilità, perché capisco che Victor non vuole essere identificato con la sua disabilità, ma non c’è il rischio che alla fine sia proprio quello ciò che ci resta in mente del film?

VICTOR DI MARCO: “Questa non è una mia responsabilità ma del pubblico. Diciamo per tutto il film che non vogliamo essere visti solo come persone disabili. Se quando il film finisce il pubblico pensa che sia un film di disabili, questo dice più cose del pubblico che di me.”

MÁRCIO PICOLI: “Una delle cose che volevamo era umanizzare la disabilità e caratterizzare i personaggi in modo che la disabilità fosse solo uno degli elementi. Il protagonista deve trovare se stesso, affronta una sorta di classico percorso di formazione e naturalmente quando si parla di persone con disabilità è difficile non trattare l’argomento disabilità, ma ciò che volevamo era che non fosse l’unico elemento, la parte per il tutto, come accade quasi sempre nella rappresentazione della disabilità al cinema. Era importante per noi trasmettere questo messaggio. Se alla fine il pubblico ricorda la disabilità, quindi il tema forte, ma anche London, il protagonista, e il suo coraggio, la sua consapevolezza, il fatto che sia sessualmente desiderabile, allora abbiamo vinto.”

È stato difficile realizzare a livello produttivo un film come questo?

VICTOR DI MARCO: “Si tratta del nostro primo film dopo alcuni cortometraggi e abbiamo avuto difficoltà a trovare qualcuno che credesse in un progetto così rischioso, così lo abbiamo prodotto noi.”

MÁRCIO PICOLI: “Abbiamo un coproduttore che è un’amica, la produttrice di tutti i nostri cortometraggi precedenti, e abbiamo deciso di buttarci insieme in questo nuovo progetto visto che nessuno a cui raccontavamo la storia era disposto a rischiare, perché mette in scena un modo diverso di pensare. Da una parte questo ci ha agevolato, perché potevamo fare quello che volevamo, ma dall’altro dovevamo trovare i soldi necessari e non abbiamo l’esperienza che può avere un buon produttore. Il bilancio però è positivo, abbiamo avuto varie difficoltà ma le abbiamo superate, imparando tante cose, alla fine siamo riusciti a fare un lungometraggio e ora siamo qui!”

Perché il protagonista fa una scelta così radicale rifiutando di conoscere il risultato degli esami medici effettuati? Non potrebbe essere di aiuto conoscere con precisione il suo stato di salute invece che vederlo soprattutto come una riduzione della sua autonomia?

VICTOR DI MARCO: “Perché è una forma di violenza, Per la medicina se hai una malattia o una disabilità che non si possono curare il tuo corpo non ha più valore. London rifiuta questo modo di vedere le cose e vuole gestire il proprio corpo in autonomia facendo le proprie scelte sulla base di ciò che desidera e non di un referto.”

MÁRCIO PICOLI: “In questo senso si può fare un paragone con la comunità queer perché per un lungo periodo di tempo il corpo di chi apparteneva alla comunità è stato considerato dal punto di vista medico come qualcosa da dover curare. Quello su cui volevamo soffermarci è l’umanità che c’è dietro a un’etichetta. A volte non devi cercare una cura per ciò che non si può curare, devi poter avere garantita una vita soddisfacente.”

Qual è stata la vostra ispirazione dal punto di vista visivo?

MÁRCIO PICOLI: “Fin dall’inizio abbiamo discusso molto di questo aspetto cercando una risposta soprattutto all’interrogativo “come i corpi disabili sono rappresentati nei film?”. E abbiamo realizzato che l’unica certezza era che volevamo andare nella direzione opposta. Il nostro punto di partenza nella caratterizzazione di London è stato che volevamo un personaggio forte e desiderabile.”

E ora avete nuovi progetti in vista a cui state pensando?

VICTOR DI MARCO: “Vogliamo approfondire la nostra visione della disabilità attraverso un body horror.”

MÁRCIO PICOLI: “Consideriamo London un primo step, il nostro discorso sulla disabilità evolve ulteriormente e chiediamo al pubblico di seguirci per capire dove vogliamo arrivare.”

Quali sono stati i primi feedback che avete ricevuto su London?

MÁRCIO PICOLI: “Il film ha avuto la sua prima mondiale qui a Venezia, siamo molto grati alla Settimana della Critica per averci selezionato in concorso e siamo ovviamente agitati e curiosi. Stiamo ricevendo i primi commenti che sono stimolanti e positivi. Quello che avevamo in mente e sognavamo sta accadendo.”

Un regista fa un film e ha in mente un’idea ben precisa avendo chiaro quello che vuole comunicare, ma il pubblico non sempre comprende e magari interpreta il film e il sentire dei personaggi in modo diverso, perché parte da una sensibilità differente.

VICTOR DI MARCO: “Direi che fa parte delle regole del gioco.”

MÁRCIO PICOLI: “Noi abbiamo fatto del nostro meglio per comunicare la nostra visione, la nostra responsabilità è di darla in pasto al mondo, quello che il pubblico ci farà è fuori dalla nostra portata.”

VICTOR DI MARCO: “Siamo consapevoli di avere utilizzato un linguaggio molto rischioso che però ci rappresenta, quando le persone guarderanno il film potranno pensare di tutto, ma noi lo abbiamo fatto perché ci crediamo ed è una sorta di firma da parte nostra.”

Com’è dirigere in due, anche considerando che uno dei due è anche il protagonista?

VICTOR DI MARCO: “Abbiamo sempre lavorato insieme fin dal primo cortometraggio, e in tre di questi Victor è anche davanti alla m.d.p., quindi per noi è tutto molto naturale, ma penso che la differenza più grande sia che in questo caso abbiamo discusso e ragionato molto più a lungo prima di girare, perché quando Victor è sul set è 95% attore e solo 5% regista. Ma la combinazione è molto interessante perché Victor vede il film dall’interno, mentre io ho un occhio più esterno e ci completiamo quindi a vicenda.”


I due registi, Márcio Picoli e Victor Di Marco, alla cerimonia di consegna del Queer Lion che LONDON ha vinto ex aequo con Queer Edward II, diretto da Theo Rollason. Nella foto (di Luca Baroncini), anche la costumista (tre volte premio Oscar) Sandy Powell, che ha ritirato il premio per Queer Edward II.


Foto ricordo insieme ai due registi di LONDON, Márcio Picoli e Victor Di Marco:

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