di Luca Baroncini (pubblicato in data )

A 27 anni di distanza dal folgorante Garage Olimpo (1999) e dopo essere tornato sull’argomento con il successivo Figli/Hijos (2001), il regista Marco Bechis torna a scavare nelle ferite della dittatura argentina con il suo nuovo film, Ritorno a Buenos Aires, presentato in concorso al Festival di Venezia e subito in uscita in sala. In occasione dell’incontro stampa, il regista e il protagonista Adriano Giannini hanno raccontato alcuni retroscena di una produzione complessa, sospesa tra la ricostruzione storica e una profonda riflessione sulla figura del sopravvissuto.

Tra Porto Alegre e l’Aula Bunker di Torino: la scelta delle location
Un dettaglio produttivo fondamentale emerge subito sulla geografia del film: pur essendo in parte ambientato in Argentina, la Buenos Aires che si vede nel film, trattandosi di una coproduzione tra Italia e Brasile, è la città brasiliana di Porto Alegre.
Molto significativa è stata anche la scelta delle location italiane, in particolare a Torino. Marco Bechis ha spiegato come ha deciso di utilizzare la storica Aula Bunker del carcere delle Vallette, costruita negli anni Ottanta per ospitare i maxiprocessi alle Brigate Rosse e a Prima Linea:
“Avevamo due possibilità: o riadattare quel luogo per farlo somigliare a un tribunale di Buenos Aires, come se poi tutti sapessero come sono i tribunali a Buenos Aires, oppure lasciarlo esattamente com’era. Abbiamo scelto la seconda via. Volevo sfruttare quell’enorme spazio vuoto per trasmettere allo spettatore l’impressione che non c’è la folla che va a vedere questi processi, ma ci sono i sopravvissuti, i parenti degli scomparsi e pochi altri. Questi spazi vuoti tra il pubblico e il tribunale, con i giudici e i testimoni, mi sembravano molto interessanti da filmare, quindi ho approfittato, come quasi sempre faccio, per trasformare i limiti in risorse espressive.”
Per le scene esterne, in cui il protagonista lavora come medico di pronto soccorso, la scelta è ricaduta sulla zona della stazione di Porta Nuova, descritta dal regista come un’area tra le più “genuine”, nel bene e nel male, presenti a Torino.

Il lavoro sul set: l’intesa tra Marco Bechis e Adriano Giannini
Il legame artistico tra il regista e Adriano Giannini è nato sotto il segno della sottrazione e dell’empatia. Marco Bechis ha girato il film in poche settimane, neanche sette, spostandosi in due paesi diversi e lavorando con troupe e attori a lui parzialmente sconosciuti. Nonostante le difficoltà strutturali, l’intesa con il protagonista è stata immediata:
“È stato un percorso che è iniziato con i primi incontri che abbiamo avuto e pian piano abbiamo costruito un codice tra di noi che era più di silenzi che di tante parole e spiegazioni. Non avevo bisogno di parlargli per mezz’ora prima di una scena: bastavano due o tre frasi, parole o sguardi. Comunicavamo anche attraverso le nostre emozioni, perché quando sei su un luogo a girare un film che in qualche modo ti riguarda, passano le emozioni, lui le riceveva, le sa interpretare e le usava a suo modo.”
Adriano Giannini ha confermato questa sintonia, raccontando un aneddoto pratico sul loro metodo di lavoro durante le riprese di una scena chiave, quella in cui rientra nel Garage Olimpo:
“Eravamo bloccati, il primo ciak non aveva funzionato e sentivamo tutti che la situazione non girava. Stavano già preparando il carrello per il secondo ciak e non sapevamo come risolvere. A un certo punto Marco si avvicina e mi dice solo: ‘Mi ricordo che i carcerieri avevano dei passi molto lunghi’. Poi se ne va. Mancavano sei secondi all’azione. In quel pochissimo tempo ho elaborato l’indicazione pensando alle falcate di Pippo Baudo e ai passi di Paul Newman con le catene intorno ai piedi in Nick mano fredda e ho cominciato quella camminata a piccoli passi che si vede nel film. Sul set quasi mi vergognavo, poi ho sperato che con il montaggio potesse funzionare.”
Alla domanda se si riveda in questi ruoli di uomini “spezzati dentro”, Giannini ha risposto con professionalità: “Non parto mai da esperienze personali per avvicinarmi a un personaggio, per me resta tutto molto lontano da ciò che sono. Tanto alla fine tutto passa attraverso di me, quindi non ho bisogno di aggiungere altro intenzionalmente. È una domanda che mi sono però fatto trovandomi a doppiare tutti i pazzi degli ultimi anni, ma è un’interpretazione che lascio interamente allo spettatore.”

Dal Garage Olimpo a oggi: il dramma universale del sopravvissuto
Il film dialoga inevitabilmente con la cinematografia precedente di Bechis. Se Garage Olimpo (1999) svelava la spietata macchina burocratica dei centri di detenzione clandestini nascosti nel tessuto urbano di Buenos Aires e Figli/Hijos (2001) affrontava il dramma dei figli dei desaparecidos e le adozioni illegali avvenute durante la dittatura militare, questa nuova opera sposta il focus sul presente. Il protagonista, Mariano, è un uomo rimasto rinchiuso in quei luoghi per due anni e due mesi prima di riuscire a uscirne.
“Mariano è uno dei ragazzi che abbiamo visto in Garage Olimpo che è uscito dopo due anni e due mesi da quel luogo di detenzione. Quello che mi interessava davvero era parlare della figura del sopravvissuto oggi. Quanti sono i sopravvissuti alle guerre contemporanee, pensiamo a Gaza o all’Ucraina, e quanti di questi sono riusciti a fare il salto e a diventare testimoni? E quanti di questi testimoni servono ancora nei processi per condannare i colpevoli? Dove sono i tribunali oggi? Questa storia racconta il percorso di un uomo che ci ha messo trent’anni per riuscire a testimoniare. È una vicenda intima, ma che parla tragicamente alla nostra attualità.”

Il cinema come terapia?
Alla domanda se il cinema abbia svolto anche una funzione terapeutica, il regista ha risposto con ironia dicendo “Il cinema come terapia è un po‘ caro”, aggiungendo “ma certamente utilizzo il mio vissuto per fare il mio percorso artistico, ma questo lo fa qualunque artista, anche un pittore, uno scultore, un musicista o uno scrittore. Ho sempre cercato di utilizzare questi temi, che sono i miei, per raccontare anche qualcos’altro, cerco di fare film transazionali, per dire, Garage Olimpo è molto popolare in Turchia, loro non hanno fatto film simili e lo usano come punto di riferimento visto che anche loro hanno avuto situazioni di campi di concentramento clandestino”

Un’ultima domanda è per la cosceneggiatrice, Vjaya Bechis Boll, figlia del regista.
Ci sono riferimenti a personaggi a ed eventi reali effettivamente accaduti oppure sono elementi di fiction adattati a un sentire personale?
“È tutto vero, abbiamo preso sempre dalla verità. Del resto c’è talmente tanto materiale, abbiamo visto tantissime interviste, qualsiasi cosa è vera, pure la battuta di Anna della mano, che chiede al suo torturatore un attimo di pausa, è vera. L’unica cosa inventata è l’ultima scena, quella della figlia che cerca l’odore della madre, ma il resto è tutto vero.”
