PETER WEIR

La master class del regista australiano

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Tra le nuove iniziative previste durante il Festival di Venezia, anche alcune interessanti master class con ospiti di prestigio. All’interno di una nuova tensostruttura (la Match Point Arena) da 250 posti, allestita al Tennis Club del Lido, con accesso libero per tutti gli accreditati indipendentemente da colore del badge e relativa priorità, si sono avvicendati Sigourney Weaver, Ethan Hawke, Pupi Avati e Peter Weir.

Ho avuto la fortuna di partecipare a quella di Peter Weir, destinatario quest’anno di un meritatissimo Leone d’Oro alla carriera, ed è stata un’esperienza molto interessante. Inutile dire che trovarsi al cospetto di colui che ha girato film che sono pilastri della Storia del Cinema mette un po’ di soggezione (una ragazza nel rivolgergli una domanda è scoppiata in lacrime), anche se lui è davvero alla mano, disponibile e cordiale, felice di essere al centro dell’attenzione, anche se si capisce che è più uomo da retrovie che da prima linea, più incline a raccontarsi attraverso le storie che mette in scena, anche se totalmente a suo agio nel farsi intervistare. La sua anima rough da australiano d.o.c. emerge dai dettagli, come quando per aprire una bottiglietta d’acqua la azzanna e prova a strappare il tappo con la bocca, o quando per raccogliere le domande dal pubblico si alza lui stesso per passare il microfono girando per la platea. La prima cosa che si pensa è che si vorrebbe arrivare a 80 anni con la sua energia, consapevolezza e lucidità.

Nel suo parlare, moderato dal critico Paolo Bertolin, il regista viaggia attraverso i ricordi di una carriera straordinaria non cercando per forza l’ordine cronologico, più che altro il flusso di coscienza. Ecco alcune delle cose che ha raccontato:

“Sono cresciuto prima della televisione, che arrivò nel 1956. Il cinema era un momento di grande eccitazione del sabato pomeriggio, con la mente libera di viaggiare e immagini potenti da cui farsi sedurre. Il genere che preferivo era il western. Nel 1965 avevo vent’anni, lavoravo nel settore immobiliare e venni in Europa in vacanza. Un viaggio per mare di cinque settimane insieme ad alcuni amici. Per passare il tempo, perché non c’erano molte distrazioni o cose da fare, scrivemmo una commedia. Trovammo un piccolo studio di registrazione che serviva nel caso in cui il capitano dovesse registrare un messaggio per fare abbandonare la nave, e realizzammo alcuni episodi di finte interviste grazie al coinvolgimento dei passeggeri. Fu quello il momento in cui capii che raccontare storie attraverso la macchina da presa sarebbe stata la mia vita. Cominciai così a recitare, fare regia e trovai lavoro in un piccolo studio televisivo. Era un periodo di grande fermento. Il primo film (Homesdale – 1971) fu condizionato dal contesto politico e lo girai in quattro settimane. Anche tecnicamente, nel passaggio dai 16 ai 35 mm, avevo poca dimestichezza e imparai sul campo”.

È un processo misterioso come si arriva a un film, come penetrare una storia trovando la propria ispirazione. Deve diventare parte della mia sensibilità, qualcosa di viscerale. Il regista compone le musiche, le immagini sono le note. Prima di cominciare, nella mia testa ho il trailer del film e attingo a quello per comporre le immagini migliori. Divido sempre le scene in A e B. Nel primo gruppo ci sono quelle che devono risultare perfette, nelle seconde, invece, quelle meno importanti, di raccordo. Non ho studiato cinema, il mio è un cinema imparato sul campo in cui riverso la mia esperienza di vita”.

La scena del picnic di Picnic ad Hanging Rock doveva essere perfetta. Il direttore della fotografia (Russell Boyd che poi vinse l’Oscar per Master and Commander) mi disse che per farla come volevo io riuscivamo a trovare la luce giusta solo per un ‘ora al giorno e così andammo per sei giorni di fila in quella location remota per sfruttare quell’unica ora, perché quella scena doveva essere bellissima”.

Con Un anno vissuto pericolosamente volevo girare una storia d’amore, ma né Sigourney Weaver, né Mel Gibson, avevano mai girato scene di questo tipo, erano entrambi inadeguati e poco compatibili. Per ispirarli ho messo insieme sequenze di baci, ma la situazione sul set non cambiava. Il problema era Sigourney e per superare l’empasse l’ho presa da parte e le ho fatto baciare la mia mano. Vedere come baciava era l’unico modo per capire cosa non funzionava. Lo stratagemma funzionò, perché Sigourney rise e si sciolse“.

Quando si incontrano gli attori, si capta quel qualcosa, un’intesa, che va al di là della razionalità, ed è fondamentale trovare la chimica giusta. Non è sempre così. Quando ho incontrato Harrison Ford era già una star, aveva già spopolato con la saga di Star Wars e quella di Indiana Jones, eppure la sua aura di notorietà è immediatamente scomparsa ed è nato una sorta di tacito patto di reciproco rispetto”.

Per girare Witness – Il testimone inizialmente venni raccomandato da Stanley Kubrick che aveva amato Picnic ad Hanging Rock. “È il potere dietro alle immagini quello che conta davvero!”, mi disse Kubrick nel 1982 in una bellissima chiacchierata di un giorno che facemmo”.

La nostra parte inconscia è ciò che alimenta l’ispirazione ed è quello che fa la musica. Con Maurice Jarre ho un rapporto speciale perché parlavamo in modo diverso la stessa lingua.

Vedere il girato muto, solo per immagini, mi aiuta a eliminare il superfluo, anche le proiezioni con il pubblico aiutano, si capta l’atmosfera, se funziona oppure no. La reazione del pubblico mi influenza e per me è molto importante. Lavoro per il pubblico. Qualcuno paga e deve essere soddisfatto”.

Ormai da anni mi sono ritirato. Girare film è davvero faticoso, sia per il corpo che per lo spirito. Ho fatto la mia parte, ora è il turno di una nuova generazione. La prima vera grande scuola per raccontare attraverso le immagini è la scrittura, magari partendo da qualcosa di semplice, come un singolo evento della giornata. A fare cinema s’impara scrivendo”.

Alle nuove generazioni consiglio di ridere, divertirsi, stare in mezzo alla natura, andare in acqua. Nuotare è bellissimo!

“Nella mia carriera ho detto tanti no, ma non ho nessun rimpianto. Bisogna sempre guardare avanti. Dal mio rifiuto sono venuti buoni film girati da qualcun altro e mi fa piacere”.

La realtà è un punto di partenza, non una destinazione”.

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