di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 5.5di Luca Guadagnino con Daniel Craig, Drew Starkey, Lesley Manville, Jason Schwartzman, Andra Ursuta, Michael Borremans, David Lowery
Italia, U.S.A. – durata 135′

Luca Guadagnino ha raggiunto una tale credibilità internazionale che ormai può fare ciò che vuole. Queer è la trasposizione dell’omonimo romanzo breve di William S. Burroughs, scritto tra il 1951 e il 1953 e pubblicato solo nel 1985, ed è un progetto che il regista palermitano insegue da tempo. Daniel Craig sta facendo tutto il possibile per uscire dal personaggio di James Bond che lo ha reso ricco e famoso ma che rischia di ingabbiarlo a vita. Ecco quindi un ruolo definitivo, con cui uccidere per sempre l’agente 007. Interpreta infatti Lee, un americano cinquantenne omosessuale che trascorre le sue giornate inseguendo il piacere in una Città del Messico di fantasia ricostruita a Cinecittà, dove tutto il film è stato girato. Poi arriva l’incontro fatale, quello che oltre a risvegliargli i sensi gli spezza il cuore, forse perché più sfuggente degli altri, oppure perché in grado di placare, almeno per un po’, i suoi demoni. Sta di fatto che il legame intermittente stabilito con il bel giovine Allerton gli crea una dipendenza maggiore di quella dagli oppiacei, ai limiti dell’ossessione.

A una prima parte itinerante per i locali della capitale sudamericana ne segue una lisergica, con una spedizione nella giungla amazzonica alla ricerca di una droga, lo yage, in grado di stabilire una connessione telepatica definitiva ed eterna, forse l’unica possibile per sancire il legame ondivago con Allerton. Che dire, nulla di ciò che accade sullo schermo attecchisce su uno spettatore che non sia preventivamente interessato. Arriva poco dello spleen e della solitudine del protagonista, un Daniel Craig in costante overacting, poco anche della presunta passione che si stabilisce con il giovane recalcitrante. Ma tutto è un po’ respingente, il presunto brio dei dialoghi diverte solo i personaggi, le varie scene di sesso hanno sempre qualcosa di costruito che ne frena la spontaneità, il raccordo finale spezza un po’ il ritmo, ravvivandolo, ma cade nel grottesco. Probabilmente si tratta di un progetto che non riesce a uscire dalla nicchia dei cultori del romanzo di origine e degli adepti del regista. Occhi e cuori non pronti? Incapacità di parlare a tutti? Ma il cinema non dovrebbe avere la possibilità di rendere interessante e comunicativa qualunque cosa, anche la più ostica? Quando non accade, come in questo caso, c’è da pensarci su.

