LA VOCE DI HIND RAJAB

Quando il tema forte si mangia il film

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 6

di Kaouther ben Hania con Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel

Tunisia, Francia 2025 – durata ’90

La voce di Hind Rajab racconta le ultime ore di vita di Hind Rajab, una bambina di sei anni, nell’inferno di Gaza: ultima sopravvissuta in un’auto crivellata di colpi è circondata dai cadaveri dei parenti e con l’unica speranza nel contatto telefonico con i volontari della Mezzaluna Rossa che faranno del loro meglio, invano, per salvarla. La storia è vera e la particolarità nel metterla in scena è che vengono utilizzate le vere registrazioni con la voce della bambina nelle ultime ore di vita. Il corto circuito è quindi dato dal fatto che gli attori non solo recitano intorno a un copione preso dalla realtà, ma in cui la realtà è parte integrante della finzione. La regista Kaouther ben Hania aveva già fatto qualcosa di simile, combinando reality, documentario e psicodramma, nel precedente Quattro figlie, però con un intento più terapeutico che sensazionalistico. Qui invece si capta chiaramente la volontà di scuotere le coscienze. L’effetto è sicuramente straniante, ma gli esiti dell’operazione lasciano, almeno in me, più di un dubbio, e non su dove stia il buon senso, l’orrore che sta accadendo a Gaza è sotto i nostri occhi da tempo, ma sul modo in cui la rabbia e le cose giuste da dire trovano collocazione cinematografica. Proviamo a razionalizzare un attimo e a immaginare lo stesso film senza sapere che è tratto da una storia vera con gli audio originali. Sarebbe un’opera non particolarmente significativa. La causa principale è nel fatto che si adotta un unico registro, quello dell’esasperazione dei toni, senza quell’alternanza di situazioni e caratteri in grado di creare vero coinvolgimento. Tutto è urgente, importante, esacerbato, carico, tra l’altro prolungato allo sfinimento, indugiando sulle foto della bambina, con il chiaro obiettivo di stimolare lo sdegno. Se urli sempre, però, dopo un po’ è tutto allo stesso livello e in tal senso il film è abbastanza piatto. Lo stratagemma adottato della vera voce della bambina lo rende invece materia viva e infiammabile. Un approccio che si rivela però ricattatorio e a stretto confine con una pornografia del dolore. L’effetto è quello che si ha se uno ti pianta un coltello in una mano. Ritrai la mano e gridi, ma non ragioni sulle cause di quella coltellata, semplicemente ti ribelli al dolore. Una volta finito l’effetto, però, non rimane nulla. Ed è un po’ quello che accade nella contemporaneità, dove lo sdegno si riversa sulle sollecitazioni più urlate, salvo poi passare a qualcos’altro il giorno successivo, in cui le grida del giorno precedente sono solo un ricordo e vengono coperte da qualcuno che reclama nuova attenzione. Si è quindi sovrastati dall’orrore messo in scena, in ostaggio per 90 minuti delle invocazioni di aiuto di una bambina in punto di morte, ma non si ragiona su ciò che viene mostrato. È il genere di film che non lascia spazio ad alcun dibattito, confronto, rielaborazione, approfondimento, perché parla alla pancia che ovviamente reagisce al qui ed ora. Il cinema può aiutare a sviscerare la complessità, ma inducendo al ragionamento, alla riflessione, così si fa solo rumore. Se dovesse aiutare a cambiare la situazione del presente tanto meglio, glielo auguro, ma non si prenota un posto nella storia del cinema, e risulta interessante più che altro come esperimento di comunicazione.

4 commenti su “LA VOCE DI HIND RAJAB

  1. La sua recensione solleva dubbi legittimi ma, con tutto il rispetto, li fonda su un fraintendimento centrale: la pretesa che un film del genere debba seguire le regole della narrativa tradizionale per essere “significativo”.

    L’approccio iper-realistico e monocorde non è un limite, ma la sua stessa ragion d’essere. **L’orrore di Gaza *è* monotono, è un unico, straziante registro di disperazione.** Alternare toni per “creare coinvolgimento” sarebbe stata una falsificazione estetizzante, un tradimento della realtà che si voleva mostrare.

    Definire “ricattatorio” l’uso della voce originale della bambina significa fraintendere il ruolo del cinema impegnato. **Non è un coltello piantato per ferire, ma uno specchio posto davanti agli occhi del mondo.** Il suo scopo non è far ragionare *durante* la visione, ma essere un pugno nello stomaco così potente da costringere a ragionare *dopo*, rendendo impossibile dimenticare. È un monumento all’orrore concreto, non un saggio astratto.

    Sostenere che “non lascia spazio al dibattito” è il paradosso finale: è proprio la sua natura cruda e incontrovertibile a *essere* il dibattito. Un dibattito che inizia dove il film finisce, chiedendoci non “come è stato girato”, ma “perché ciò è potuto accadere”. A volte, per parlare alla testa, è necessario parlare prima alla pancia.

    1. Ti ringrazio molto per il tuo commento, capisco il tuo punto di vista, in qualche modo complementare al mio, e vorrei fare qualche precisazione. Per come l’ho percepito non è un approccio documentaristico, c’è comunque molta drammatizzazione aggiuntiva, enfasi costruita, solo che è tutta sullo stesso registro, del resto è un film di finzione e non appunto un documentario, come forse avrebbe potuto essere sollevando meno dubbi. Ho anche qualche perplessità sul “ragionare dopo”, per mia esperienza il pugno nello stomaco colpisce nell’immediato, ma è lì che estingue il suo effetto. Vedremo.

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