TRE AMICHE

Commedia godibile e aggraziata

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 7

di Emmanuel Mouret con Camille Cottin, Sara Forestier, India Hair, Grégoire Ludig, Damien Bonnard, Vincent Macaigne, Éric Caravaca

Francia – durata 118’

Che belli i film francesi quando raccontano la quotidianità di alcuni personaggi su cui si soffermano per indagarne le dinamiche affettive e comportamentali. È proprio uno scavo di personaggi quello imbastito da Emmanuel Mouret, anche co-sceneggiatore, colti nel loro rapportarsi alla vita in una girandola di sentimenti quanto mai fragili e volubili. È spesso il caso, forse il destino, a indirizzare le loro scelte, oltre a una certa benevolenza in fase di scrittura, perché gli autori della sceneggiatura amano i personaggi a cui danno vita e non li giudicano nonostante li pongano in più occasioni davanti a scelte che si rivelano sbagliate o poco corrette in base al sentire comune. Al centro del racconto ci sono tre amiche, due sono insegnanti, la terza vorrebbe realizzarsi in campo artistico e nel frattempo lavora in un museo. Il loro legame è forte, anche se ci sono segreti, bugie e tradimenti che non inficiano la serenità del loro rapportarsi pur inquinandone la profondità. Come nel finale di Prima dell’alba, il film inizia mostrando i luoghi che faranno da sfondo alla vicenda e una voce fuori campo introduce il racconto con leggerezza e ironia. C’è aria di Éric Rohmer, ma anche de Il gioco delle coppie di Olivier Assayas nel rincorrersi dei personaggi messo in scena. Sono molte le parole, ma anche gli scambi, le rinunce, gli azzardi e sono tante le verità che si sfiorano e fanno da cassa di risonanza agli occhi e al cuore di chi guarda e ha il privilegio di entrare dal buco della serratura dello schermo in vite altrui con cui confrontarsi.

Se c’è qualcosa che manca, nonostante i personaggi si amino e la passione non sia lasciata sullo sfondo, è la carnalità, l’irrazionalità delle pulsioni, insomma la carne e il sangue che vengono più raccontati che mostrati. Pensiamo allo stesso soggetto affrontato in un film da Gabriele Muccino, sarebbero urla, scenate isteriche e dolori da cui non ci si riprende, e non sarebbero meno veri, solo filtrati da sguardi, punti di vista ed esperienze differenti. Qui i protagonisti appartengono a un ceto sociale e culturale in cui se porti i bambini al cinema gli fai vedere Buster Keaton, mica i Minions, e non c’è niente di male, solo l’ambiente medio borghese anestetizza un po’ il sentire dei personaggi cadendo in questo senso nello stereotipo delle commedie francesi d’autore, molto parlate e dove i drammi, se ci sono, vengono razionalizzati. Se si sta al gioco, e il vortice di sentimenti non sempre corrisposti riesce a essere piacevolmente contagioso, il film ha parecchie cose da dire e con una certa grazia d’insieme. Molto complice il cast, in cui si distingue Camille Cottin. Basta vedere la sequenza in cui prende il caffè (cerca lo zucchero, un po’ beve, gira intorno all’amica, mette un altro po’ di zucchero) per mostrarne la stoffa di attrice consumata e in grado di fare qualsiasi cosa. Ma anche Vincent Macaigne è ormai parte imprescindibile del paesaggio di questo tipo di (adorabile, ma vedo che è molto soggettivo) cinema francese.

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