di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 7.5Regia: Stéphane Brizé
Interpreti: Alba Rohrwacher, Vincent Lindon, David Talbot, Adrien Bobinet, Sharif Andoura
Paese: Francia
Anno: 2026
Durata: 102 minuti

Il regista francese Stéphane Brizé, dopo la digressione nella malinconia di un amore che non può tornare (Le occasioni dell’amore), continua il suo percorso teso a dare risalto all’umanità che si cela nelle dinamiche di potere che si stabiliscono nei microcosmi lavorativi (La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo). Un’umanità che fatica a emergere dietro a logiche competitive che puntano solo al profitto. Questa volta la protagonista è la nuova responsabile delle risorse umane di una grande azienda assicurativa, una donna, separata e con un figlio diviso a settimane alterne con l’ex compagno, che dedica tutto il suo tempo al lavoro. Si troverà inevitabilmente a dovere gestire situazioni difficili, ma soprattutto scoprirà che se vuole mantenere il suo posto deve accettare compromessi che nulla hanno a che vedere con i principi a cui l’azienda dichiara di attenersi. Principi che dietro la facciata inclusiva e sorridente si aggrappano unicamente ai numeri e che la protagonista ha introitato e applica anche nei rapporti familiari. Il figlio frequenta la scuola media e la sua media del 7 è considerata da mediocri. Nella sua scala di valori ogni sentire personale viene ritenuto superfluo, un ostacolo all’eccellenza, unico obiettivo in grado di aprire tutte le porte (tranne quelle del cuore).

È una bella finestra sul mondo del lavoro quella aperta da Brizé perché, con sottile ironia, punte di cinismo e attraverso il consueto rigore stilistico (sta addosso ai suoi protagonisti con macchina da presa a mano), esplicita comportamenti tossici in cui ogni idealismo crolla sotto il peso di ricatti emotivi e logiche di potere tese unicamente ai risultati. Il film si apre e si chiude con una riunione sul video promozionale per incentivare le assunzioni di giovani leve. Una riunione che racchiude tutti i comportamenti classici di un microcosmo lavorativo, in cui il giudizio altrui è la cosa che si teme maggiormente e si finisce per non dire mai ciò che si pensa, assecondando chi è più in alto nella scala gerarchica per paura di dire la cosa sbagliata. Come se avere un punto di vista sulle cose non immediatamente condiviso fosse sbagliato, uno stigma in grado di distinguersi in negativo e non un possibile spunto con cui confrontarsi. In mezzo a questi due momenti assistiamo alla progressiva presa di coscienza della protagonista, che non è di quelle risolutive che cambiano davvero le cose, né per lei, né per il contesto che abita, ma porta almeno a un primo passo verso una nuova consapevolezza. Alba Rohrwacher è molto brava nel farsi plasmare dal regista diventando materia viva su cui ragionare e dando vita a una protagonista complessa, in cui fragilità e determinazione alimentano insicurezze e ambizione, e Vincent Lindon sfoggia, come al solito, un grande carisma. Cinema da vedere e discutere.
