di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Andrea Valmori è un professionista nell’ambito dell’organizzazione di eventi, della critica e del fundraising culturale per progetti in ambito cinematografico ed è anche il Direttore Artistico del NOAM FAENZA FILM FESTIVAL, la manifestazione, dedicata al cinema e alla cultura nordamericani che si terrà a Faenza dal 12 al 16 novembre 2025.
L’ho intervistato a pochi giorni dal festival e abbiamo fatto una bella chiacchierata.
Cosa ti ha spinto a pensare a un festival internazionale proprio a Faenza e perché incentrarlo sul cinema nordamericano?
L’idea è partita come una contro intuizione, la prima domanda che ci siamo posti è stata che cosa esisteva già in Italia al riguardo e abbiamo osservato la presenza di molti eventi dedicati al cinema asiatico, poi ce ne sono alcuni, come quello più importante di Milano, il Fescaaal, che comprendono anche altri continenti come l’America Latina e l’Africa. Ci siamo quindi chiesti perché non esistessero invece festival smaccatamente rivolti ad altre geografie. Approfondendo la ricerca abbiamo visto che ci sono festival che hanno tanti film europei e ce ne sono altri che hanno anche tanti film americani, ma sono spesso blockbuster che magari vengono proposti anche nei grandi festival italiani per via del cast. C’è invece tutta una produzione più intermedia, tra l’indipendente puro e un tentativo di entrare in un mercato distributivo importante, che è ignorata dalla distribuzione e dal mercato italiano. Guardando quindi a festival come il Sundance, il Tribeca, il Fantasia in Canada, abbiamo iniziato a pensare a un festival che proponesse questo tipo di cinema affiancandolo a due cinematografie veramente interessanti come quella canadese e quella messicana che, al di là dei grandi nomi, che poi hanno anche avuto tantissima fortuna a Hollywood, è veramente molto produttiva. Ecco quindi il NOAM che è un’abbreviazione che sta per NOrd AMerica e copre film da queste tre aree cercando di portare soprattutto opere qualitativamente alte e nella maggior parte dei casi in prima italiana.


Qual è il tratto distintivo del festival?
Abbiamo diverse sezioni e questo ci ha aiutati per strutturare una proposta attenta al pubblico. Abbiamo un concorso che cerca di dare spazio principalmente a nuove voci e a esordienti, però dall’altra parte abbiamo un fuori concorso che, soprattutto quest’anno, funziona quasi come contenitore di anteprime per la successiva distribuzione nazionale. Abbiamo avviato degli accordi di collaborazione anche con I Wonder Pictures, la Cineteca di Bologna, Minerva Pictures, quindi al NOAM c’è la possibilità di fruire sia di titoli difficilmente reperibili altrove che di film di cartello che poi escono nelle sale. Il caso un po’ più eclatante, giusto per fare un’anticipazione, è quello dei serali in cui avremo The Smashing Machine di I Wonder Pictures, fuori concorso il giovedì sera, e Rebuilding il venerdì, che verrà distribuito da Minerva probabilmente a primavera ed era alla Festa del Cinema di Roma nella sezione “Alice nella città”.
Avete avuto un target di riferimento nel decidere la programmazione?
Il NOAM è organizzato da un’associazione che si chiama “Filmeeting APS” che è nata nel 2021 durante la pandemia con lo scopo di promuovere il cinema per i giovani. Abbiamo cercato delle iniziative che potessero riguardare una fascia che è più o meno compresa tra la fine della scuola secondaria di secondo grado e la fine dei percorsi universitari, poi abbiamo allargato un po’ questo range e diciamo che in generale per la fascia 18/35 abbiamo un pubblico che viene a Faenza e funziona. Bisogna dire che Faenza non è una città universitaria in senso stretto, ci sono dei corsi dell’università di Bologna, ma non c’è un pubblico universitario. Quello che è stato un po’ il nostro lavoro, oltre a coinvolgere le persone più vicine alla città, è stato quello di promuovere il festival anche in territori limitrofi. Negli ultimi anni, oltre ad avere persone abbastanza giovani in sala, abbiamo persone che si spostano volentieri, da Forlì, da Cesena, da Imola, alle volte anche da Bologna. E questo ci fa immensamente piacere.

Tra l’altro a Faenza ci sono varie sale cinematografiche.
Sì, uno dei motivi per cui abbiamo deciso di organizzare il festival a Faenza, oltre al fatto che adesso una buona parte dello staff è faentino, è proprio questa unicità della città rispetto alle altre del territorio. Faenza ha nel centro storico tre sale abbastanza importanti, a livello sia di capienza che di programmazione, e sono il cinema Italia e il cinema Sarti del gruppo Cinemaincentro e poi c’è il cinema Europa nella parte del borgo che è una sala ACEC. A queste tre sale si aggiungono in estate le arene estive, arena Borghesi e l’arena del cinema Europa, poi tutto l’anno è in funzione il Cinedream che è una multisala che ha sei sale di grande capienza. Abbiano quindi un parco sale che permette a un cinefilo presente in città in una giornata di poter scegliere tra 9 schermi, il che per una città delle dimensioni di Faenza è sintomo di un pubblico che, o è presente in città o, appunto, viene da fuori per trovare una programmazione in grado di soddisfarlo. Garantisco che al di là del festival sono tante le persone nei territori qui vicino che decidono di venire a Faenza perché c’è questa congiunzione di esercenti che hanno avuto la capacità, pur essendo in competizione tra loro, di portare avanti davvero tante proposte diverse.


C’è qualcosa del programma di cui sei particolarmente fiero?
Quest’anno sono veramente contento di riuscire a portare un po’ a maturazione alcuni dei tentativi che abbiamo fatto negli anni passati. Il primo caso che voglio citare è la mostra fotografica che non è una parte cinema in senso stretto ma che è realizzata dal regista Emanuele Mengotti e si chiama Western Simulacrum. È una mostra di Polaroid che ripercorrono il mito del West e questa cosa qui secondo me è molto molto importante perché penso che un festival possa essere uno spazio anche ibrido e il fatto che un regista porti una mostra fotografica da noi è bello e importante. In termini invece cinematografici forse la cosa che mi fa più piacere è che per la prima volta abbiamo una prima internazionale e il film è veramente bello, si chiama Anna Kiri, è un film canadese realizzato nella regione del Quebec ed è un noir che ha vinto già un premio al canadese Fantasia e qui da noi fa il suo primo passaggio. Siamo attrattivi anche se siamo poco storici, abbiamo fatto gli incontri coi distributori al Festival di Cannes e loro sono rimasti molto sorpresi dal nostro interesse verso un titolo che, vi garantisco, merita assolutamente la vostra attenzione. L’ultimo aspetto è la capacità di avere contatti e accordi con tanti distributori portando però avanti al contempo delle collaborazioni con delle realtà di primissimo piano. Per il terzo anno rinnoviamo la collaborazione con Cineteca di Bologna e la domenica sera chiuderemo il Festival con Mulholland Drive che poi viene ridistribuito due settimane dopo in sala. Avere titoli in anteprima, o comunque in anticipo rispetto all’uscita nazionale, a Faenza, che è una città veramente provinciale, secondo me è qualche cosa che ci deve riempire il cuore di gioia.

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato?
La cosa più complicata è stata sicuramente il reperimento delle risorse, ma non quelle economiche, in quanto tutti gli eventi o tutti gli aspetti lavorativi hanno questo problema di base. Io penso che la cosa complicata sia riuscire a dimostrare il valore di un’iniziativa che soprattutto in questi anni deve pagare lo scotto di non avere una particolare storicità. Intendo dire che giustamente i bandi regionali, ministeriali, alle volte anche locali, pongono un punteggio di grandissimo rilievo alla storicità di un’iniziativa. La domanda da porsi è come si fa ad avviare un’iniziativa che è indipendente però anche ambiziosa? Noi ce la stiamo facendo ma attraverso anche l’aiuto di uno staff che è fantastico, composto da professionisti che ci fanno dei prezzi che sono compatibili con noi e grazie alla capacità di progettare non solo nel contesto locale, ma anche aprendoci attraverso percorsi Erasmus Plus dell’Unione europea, bandi che sono legati all’attivazione dei laboratori nelle scuole, il coinvolgimento dei giovani. Sono tutte cose molto molto belle, però ammetto che c’è un po’ un problema generale che è riferito alla valutazione della qualità di un evento. Quello che mi sento di dire è che è molto semplice dare dei punteggi sulla base di un qualche cosa che è scritto nero su bianco, che quindi più è storico e più ha un peso, mentre è un po’ più complicato, a mio avviso, valutare questa qualità quando poi gli stessi commissari, per motivi di burocrazia e di tempi, non si muovono per vedere come vengono svolti gli eventi. Io penso che ci siano realtà nuove meravigliose e festival storici che invece offrono un servizio pessimo, quindi mi auguro che il NOAM, così come altre iniziative che vogliono fare le cose per bene, possano avere uno spazio in questo panorama che sicuramente, lo abbiamo visto anche di recente con le scelte di tagli ai fondi, ha la coperta sempre più corta.

Per mia esperienza personale una delle maggiori difficoltà quando si organizzano iniziative, anche bellissime, è poi fare in modo che il pubblico accorra. Qual è la strategia adottata dal vostro Festival in tal senso?
Credo che la parola giusta sia diversificazione, nel senso che a livello di programmazione abbiamo diversificato i tipi di approccio, cioè da una parte tutti i film sono chiaramente proposti in lingua e spesso in anteprima, o comunque inediti, e questa sicuramente è una scelta che va verso la nicchia, però nei serali, in appuntamenti in cui sappiamo che magari si può anche affacciare un pubblico un po’ più popolare, ci siamo sempre premurati di mettere eventi che sono per tutti, dai classici fino a film che riguardano anche il cinema e altri ambiti culturali. Abbiamo poi affiancato il cinema con eventi di tipo musicale, abbiamo cercato di creare una casa del Festival che abbia dei talk ad accesso gratuito e abbiamo provato a coinvolgere anche attivamente le realtà che si sono avvicinate man mano. In che senso? Beh, spesso a un Festival testate giornalistiche o stampa vengono menzionati come media partner e gestiti in una chiave esclusivamente di copertura dell’evento. A noi è capitato spesso di chiedere a queste testate di presentare un film e credo che il protagonismo di figure di testate selezionate alle volte ci abbia un po’ premiato, nel senso che non abbiamo un budget in comunicazione che sia al livello di altri festival, ma siamo molto attenti a questa parte. Il risultato è che oltre alle persone che vengono in sala ci sono tante persone che vengono al NOAM per eventi che riguardano l’aspetto culturale o anche a volte solo per fare un aperitivo la sera e vedere una mostra, una installazione o, appunto, un concerto. E questo è stato secondo me molto utile per ritagliarci uno spazio non solo nella vita cinematografica della città e del territorio, ma anche un po’ nella vita “tout court” di chi ha voglia di scoprire qualche cosa di nuovo. Questo, ripeto, ha aiutato molto, perché penso che in tante manifestazioni, purtroppo, il fatto di andare al cinema è visto come un qualche cosa che deve essere sempre solo vissuto passivamente, noi offriamo anche la possibilità di vivere una giornata facendo anche tanto altro. Questo secondo me si rispecchia anche nelle scelte che facciamo a livello di programmazione. Da tempo, ad esempio, nell’infrasettimanale facciamo due film che sono proposti nella prima parte del pomeriggio e lasciamo un ampio spazio per i talk che sono nel preserale e c’è un ampio spazio per la cena. Per quale motivo? Perché secondo noi l’idea di base è che uno spettatore possa venire a vedere i film in sala, se è un lavoratore magari non riesce a vedere quelli ma si viene a vivere l’evento e ha tutto il tempo di poterselo godere. Spesso nei festival è bellissimo il fatto che ci siano tanti appuntamenti, però non c’è poi il tempo di respirare e anche, alle volte, di far sedimentare un po’ i film.

Perché i curiosi che ci seguono dovrebbero venire a Faenza per seguire il Festival?
Soprattutto per chi è appassionato di cinema Io credo di poter dire che il nostro evento ha una qualità nella selezione che, per quanto ho visto, di solito riesce a convincere tutti. Nel senso che i film sono molto diversi fra loro ma sono, almeno dal mio punto di vista, sempre interessanti, per un aspetto che può essere di tipo narrativo oppure estetico. Dopotutto bisogna ricordarsi che in Italia noi guardiamo per lo più film americani e italiani e per quale motivo lo facciamo? Perché è vero quando si dice che c’è un’industria negli Stati Uniti che funziona e che forse gli americani sanno fare bene poche cose e tra quelle c’è il cinema. Ebbene, io credo che davvero il fatto di selezionare film da quelle aree ci dia la possibilità di prendere un po’ il meglio di quello che non vediamo. Io spesso dico, quanti film vengono prodotti negli Stati Uniti? Non lo so, sicuramente una quantità superiore ai 500 film all’anno. Ora, quanti ne arrivano in Italia? Ecco, consideriamo che in Italia spesso arrivano dei film che non sono i più belli. Noi abbiamo la mission di selezionare il meglio di quello che non arriva e vi garantisco che i film del NOAM sono, non so se imperdibili, ma tutti con una qualità di base molto molto alta.
Concluderei con due domande invece che sono un pochino più incentrate su di te. Che spettatore sei?
Sono uno spettatore abbastanza onnivoro nel senso che non ho delle ossessioni particolari, mi piace guardare davvero quasi di tutto. Quello che penso è che sia molto più difficile, soprattutto negli ultimi anni, vedere ad esempio delle buone commedie. Va da sé che anche al NOAM programmiamo tantissimi thriller, film un po’ più tensivi, di genere, tanti film drammatici. A livello italiano apprezzo tantissimo alcuni autori più affermati, per dire uscirà nei prossimi mesi una mia pubblicazione su Paolo Sorrentino e continuo a pensare che ci siano ancora dei grandi maestri all’interno del nostro cinema. Ci sono anche dei film sorprendenti di esordienti. Ho visto di recente Le città di pianura e penso sia uno dei più belli che ho visto quest’anno in sala. Apprezzo e amo molto, per quanto riguarda la cinematografia internazionale, il cinema francese che credo che ogni anno riesca sempre a regalare una quantità di spunti pazzesca. E poi onestamente guardo anche tanto tanto cinema blockbuster mainstream, perché spesso e volentieri sono interessato anche a questo tipo di dinamiche, quindi non posso perdermi franchise importanti come Avatar o Mission Impossible e sono in trepidante attesa per quello che accadrà con 007. Sono quindi un appassionato di cinema che cerca di guardare un po’ tutto. Da questo punto di vista, guardo tanto cinema e pochissime serie, quindi, sì, diciamo che nel mio tempo libero sono uno a cui piace andare in sala. Il mio dramma è riuscire poi a trovare, soprattutto per i film stranieri, i film in lingua originale, purtroppo ancora difficili da reperire. Sono uno spettatore da sala però, possibilmente, vorrei che il fosse in lingua originale.


Vedi lo streaming come un rivale, un alleato oppure ti collochi nel mezzo?
Come cinefilo vedo lo streaming un po’ come un rivale, nel senso che trovo che una parte del mio impegno vada anche nella formazione dei ragazzi più giovani perché è difficile, finché non li porti in sala a vedere qualche cosa che li fa innamorare, convincere un ragazzo ad andare al cinema rispetto a vedere qualche cosa con grande facilità, alle volte addirittura sul telefonino. Da un punto di vista invece un po’ più professionale lo vedo come un cambiamento che è avvenuto nella nostra società. Di cambiamenti tecnologici ce ne sono stati tanti a livello storico e bisogna adeguarsi. La scelta di focalizzarmi su un festival di cinema nasce anche da questa consapevolezza, cioè, io stimo e ammiro chi fa l’esercente in Italia perché secondo me è una professione davvero in bilico in questo momento, per via di quello che vediamo a livello di numeri che in generale sono problematici. lo sono stati molto durante la pandemia, ovviamente, ma anche quest’anno non ci sono dei numeri esaltanti. Quello che io dico con il festival è che noi comunque proponiamo un cinema che diventa evento e che cerca di seguire un po’ delle traiettorie che sono quelle della unicità dell’esperienza, anche a livello emotivo, nel senso che chi viene a Faenza, alle volte è capitato, ha visto dei film che poi non ha chiaramente più visto. Menziono anche dei titoli che hanno dei cast eccellenti. L’anno scorso abbiamo fatto la prima italiana di The Line di Ethan Berger con un cast eccellente e di fatto questo film è passato a Faenza e poi non si è più visto. Quindi io dico che finché lo streaming non avrà la capacità a livello globale, in contemporanea in tutto il mondo davvero, di portare prodotti dopo due mesi, c’è ancora una possibilità lasciata ai festival di diventare degli spazi in cui far vedere qualche cosa che non puoi recuperare altrove. E questo secondo me è un grande punto di forza. Apprezzo il fatto di aver deciso di puntare sul festival perché lo streaming non lo vedo come una reale alternativa per ora. E comunque è un qualche cosa da cui mi tengo un po’ alla larga, perché credo che ci siano già tanti che ne fruiscono e non penso che possa portare a niente in questo momento. Tra l’altro, ci tengo a citarlo, noi l’anno scorso abbiamo fatto anche delle collaborazioni e poi abbiamo interrotto per motivi anche un po’ di natura politica. Abbiamo collaborato molto con MUBI e il fatto che MUBI abbia deciso di aprire una distribuzione anche in Italia dimostra il fatto che esiste ancora un pubblico da sala che andrebbe coccolato con una programmazione un po’ più libera.
