CONFESSIONS OF A MOLE

Un'artista si mette a nudo

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 7

Regia: Mo Tan
Paese: Cina, Polonia
Anno: 2026
Durata: 92 minuti

La regista cinese Mo Tan si è formata professionalmente a Varsavia, dove ha studiato cinema, ma torna in Cina per il Capodanno con l’intento di dare forma al suo sentire attraverso un’opera in cui si mette completamente a nudo. Il suo è una sorta di cinema verità, in cui ogni nodo irrisolto, personale e della sua famiglia, finisce sotto l’occhio vigile e inflessibile della macchina da presa. Entrare in una famiglia cinese, lontano dal cinema mainstream che mostra case da sogno, e da quello da festival che mostra villaggi remoti, è una boccata d’ossigeno, perché consente di trovare quella via di mezzo fra tradizione e modernità che non viene quasi mai mostrata, forse perché meno fotogenica o ideologica. Nessun fine militante, quindi, solo la voglia di dare profondità a un punto divista personale che il cinema ha il potere di rendere universale suscitando il confronto. Si parla di relazioni affettive, conflitti familiari, dubbi esistenziali, obblighi sociali e subentra poi anche la malattia, un cancro al seno, che però non diventa mai il fine ultimo, solo una tappa di una vita in divenire, dove le difficoltà e le gioie si alternano in un quotidiano come tanti, con la differenza che ne diventiamo testimoni. La forma non è particolarmente innovativa e alterna riprese classiche a mano con inserti in stop-motion che a volte sottolineano, altre interpretano, il sentire della protagonista in relazione alle situazioni che sta vivendo. Ciò che rende unico, quindi interessante, il documentario è la disarmante sincerità con cui l’autrice si presta al gioco, mettendosi a completo servizio del progetto a cui ha deciso di dare tutta se stessa. Mo Tan non edulcora, ammorbidisce o estremizza, ma trova nella macchina da presa un alleato e nel darsi in pasto agli sguardi altrui sembra ambire a quella complicità che non sempre riesce a trovare nel quotidiano. La forte motivazione personale le consente di trovare una intimità così vera che mette a disagio ed è un segnale che l’operazione funziona e va al di là del classico sfogo autoreferenziale che spesso prova a dare un senso agli esordi cinematografici.

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