FAR FROM MAINE

Materiale altamente infiammabile

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 7.5

Regia: Roy Cohen
Paese: Francia, Italia, Ungheria
Anno: 2026
Durata: 99 minuti

Il regista israeliano Roy Cohen racconta il suo essere padre israeliano a Tel Aviv, insieme al compagno statunitense, mentre intorno a lui si semina la morte. Per mettere in scena il suo sentire parte dal rapporto di amicizia con l’amico palestinese Aseel, conosciuto da ragazzino durante un campo per gio­va­nis­simi orga­niz­zato nel Maine da “Seeds of Peace”, un’orga­niz­za­zione no pro­fit nata con l’intento di favo­rire un per­corso di pace in Medio Oriente. Un’oasi utopica dove la pace e la coesistenza pacifica sembravano possibili, resa concreta da rapporti di amicizia in grado di andare oltre la provenienza geografica e il coté politico di ognuno. Cohen ricorda l’amico attivista, con cui ai tempi intratteneva un’intensa corrispondenza, ucciso dalla poli­zia israe­liana nell’otto­bre del 2000, in un uli­veto vicino a casa, mentre indossava proprio la maglietta verde di “Seeds of Peace”. Il regista parte dalle lettere che si scambiava con Aseel per poi integrarle con il suo sentire e mostrare un punto di vista personale che nel presente è difficile sentire, soprattutto perché non gli viene dato spazio. La sua posizione di israeliano che non condivide i valori dominanti del suo paese è presto chiara, ma se siamo circondati da film e documentari che prendono di petto la questione israelo-palestinese solo dalla parte palestinese, con tutte le ragioni del mondo, sentire una voce israeliana da parte di chi si sente dalla parte sbagliata della Storia e mostra la situazione a 360 gradi, è un’opportunità preziosa. Non è negando punti di vista che si cambiano le cose, ma ragionando e accettando il confronto che avviene attraverso un’opera intensa e toccante che apre al dialogo abbandonando ogni ideologia. Al centro della visione del regista c’è il lato umano che dimostra, e purtroppo ce n’è bisogno, come uccidere non sia mai la soluzione, da qualunque lato si guardi una situazione di torti inflitti e subiti. Il film è stato finanziato solo da capitali europei, ma quando è stato presentato al Festival di Rotterdam ha creato subbuglio e moti di protesta; è bastato sapere che il regista fosse israeliano per infiammare gli animi, a dimostrazione di come le etichette non aiutino mai l’approfondimento. Forse la soluzione, come ha ricordato il regista in un’intervista è “trovare qualcosa di più elevato dei nostri affetti che ci consenta di diffidare di noi stessi e norme che ci aiutino non tanto a correggere i nostri pregiudizi, cosa ormai impossibile, quanto a non seguirli necessariamente.” Ben venga, quindi, un documentario che aiuta ad approfondire la complessità mostrando ciò che l’informazione ufficiale, spesso anche ufficiosa, si limita a foraggiare o condannare, e che ambisce a quell’empatia che solo il parlare al cuore e alla testa, evitando la pancia, è in grado di trovare.

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