PORDENONE DOCS FEST – 2026

Documentari che cambiano il mondo

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Si è concluso il Pordenone Docs Fest, giunto alla 19esima edizione, il festival dedicato al cinema documentario che indaga la contemporaneità attraverso una molteplicità di opere internazionali. Una grande opportunità per abbinare la voglia di cinema alla ricerca di storie con cui confrontarsi, magari lontane da ciò che l’informazione ufficiale si premura di ammorbidire o insanguinare a seconda dei fini che si prefigge di raggiungere. Bellissimo lo slogan della manifestazione, quel “documentari che cambiano il mondo” che ambisce, attraverso un cammino personale fatto di piccoli passi, a renderci più consapevoli, anche più empatici, perché solo abbandonando i nostri preconcetti saremo in grado di entrare davvero in connessione con un presente in continuo fermento.

Per cinque giornate, dal 25 al 29 marzo 2026, il Cinemazero di Pordenone è diventato un punto di incontro, con 250 ospiti provenienti da tutto il mondo e, oltre alle proiezioni, anche laboratori e incontri di approfondimento.

Ho avuto il privilegio di far parte di una giura, quella della critica, attraverso il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici (SNCCI), e abbiamo attribuito un premio a un film del concorso, operazione tutt’altro che semplice vista l’alta qualità delle opere presentate.

Ma andiamo per ordine e cominciamo dai premi più importanti. 

A vincere il Gran Premio della Giuria, attribuito dalla Giuria composta dalla scrittrice Esther Kinsky, dal regista Igor Bezinović e presieduta dal documentarista Nikolaus Geyrhalter è stato A Fox under a Pink Moon di Mehrdad Oskouei. Questa la motivazione:

Il film offre uno sguardo autentico e diretto sui rischi legati all’intraprendere una rotta migratoria, un percorso segnato da minacce costanti per chi lo attraversa. È stato realizzato nell’arco di cinque anni con un semplice telefono cellulare dalla stessa protagonista, restituendo una prospettiva intima e profondamente personale. La protagonista, ancora adolescente durante le riprese, rende questo racconto ancora più potente: auspichiamo che il film possa raggiungere un pubblico giovane, spesso distante dalla comprensione delle dimensioni più umane e individuali delle migrazioni.

Ha avuto una menzione speciale The Peacemaker di Ivan Ramljak, incentrato su Josip Reihl Kir, capo della polizia di Osijek, nella Croazia orientale, nel 1991. Una figura dimenticata eppure importante, perché credeva illusoriamente nel potere del dialogo e fece di tutto per evitare che scoppiasse la guerra croato-serba. La giuria ha definito il documentario “un prezioso lavoro di raccolta e valorizzazione di materiali d’archivio, capace di costruire il ritratto di una figura che merita di essere ricordata”.

Doppio premio, poi, per Super Nature di Ed Sayers, una sorta di un home movie collettivo della vita sulla Terra, con contributi, rigorosamente in Super 8, provenienti da 25 paesi.  Il documentario ha vinto il premio del pubblico e il Green Documentary Award con la seguente motivazione: “in un’epoca segnata da crisi e disattenzione verso l’ambiente, il film sia un invito ad aprire gli occhi sullabellezza che ancora resiste, nonostante tutto.Un invito ad agire, a sentirsi parte di una narrazione collettiva che unisce esseri umani, natura ed elementi in un unico grande racconto condiviso.”  È l’unico titolo di cui per ora è sicura la distribuzione italiana grazie a Wanted.

Lo Young Jury Award, il premio attribuito da una giuria giovane di studenti e studentesse, è invece andato a 32 meters di Morteza Atabaki che ci porta in un villaggio turco dove un gruppo di donne sfida le convenzioni e la società patriarcale organizzando una gara di tiro col fucile femminile. Il film è stato premiato “per la sua capacità di raccontare con sensibilità il desiderio di libertà, crescita e scoperta di sé, attraverso il percorso delle sue protagoniste verso l’autonomia, restituendo con autenticità aspirazioni, paure e determinazione nel ridefinire il proprio ruolo all’interno della società.

Il DocsXR Audience Award, scelto dal pubblico, ha premiato il miglior documentario immersivo e interattivo e il riconoscimento è andato a Under the Same Sky che accompagna lo spettatore nel racconto di un giornalista palestinese intento a documentare gli orrori della Striscia di Gaza, oggi ridotta in macerie.

La Giuria della critica, composta da me, Francesco Lughezzani e Mariangela Di Natale, ha invece premiato The Beauty Of The Donkey, di Dea Gjinovci, un’opera che rielabora in una forma vicina allo psicodramma il ritorno in Kosovo, dopo 50 anni di esilio, di un padre insieme alla figlia, regista del documentario. L’opportunità consente non solo di ricordare, ma anche di rivivere attraverso una vera e propria messa in scena, nodi cruciali e irrisolti del passato. Questa la motivazione: “Costruire una casa, disfare una casa, là dove non ce n’è più traccia. Il cinema del reale può riaccendere la memoria di un trauma personale e collettivo, vissuto da lontano e mai completamente elaborato.

Al di là dei premi, sicuramente importanti ma mai esaustivi, volevo segnalare altri tre documentari che mi hanno molto colpito e che mi piacerebbe vedere distribuiti, perché abbinano una forma originale a tematiche molto interessanti, in alcuni casi di bruciante attualità. Li ho approfonditi tramite recensione (basta cliccare sul titolo):

Far From Maine di Roy Cohen

Confessions of a Mole di Mo Tan  

Ice Grave di Robin Hunzinger

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