IL BARO-METRO: SGUARDI DALLA SALA (02/23_24) – PARTE 2 II TRIMESTRE STAGIONE 2023 / 2024  —  IL BARO-METRO: SGUARDI DALLA SALA (02/23_24) – PARTE 1 II TRIMESTRE STAGIONE 2023 / 2024

INTERVISTA A GIANGIACOMO DE STEFANO

Il co-regista del documentario “Zucchero - Sugar Fornaciari” si racconta

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Giangiacomo De Stefano è tante cose, ultimamente soprattutto regista e produttore, per ora di documentari, ma il salto nella fiction potrebbe essere dietro l’angolo. Ha fondato nel 2010 una società, Sonne Film, molto attiva nel settore, ma ha lavorato anche per altri. Il suo ultimo successo è il documentario Zucchero – Sugar Fornaciari, distribuito al cinema come evento da Adler (prodotto da KPLUS) e ai vertici del box-office nelle tre giornate di fine ottobre 2023 in cui è arrivato in sala. La musica e la curiosità sono il fil rouge della sua ricca filmografia che comprende davvero molti titoli, alcuni diretti e prodotti, come At the matinee (2019) e Gilles Villeneuve, l’aviatore (2022), altri solo diretti, da Raunch Girl (2011) a Nel pallone (2014), altri ancora solo prodotti, come Disco Ruin (2019), Luci per Ustica (2022) e oggi Going Underground.

Mi accoglie nel suo studio di Bologna mentre sta lavorando al prossimo lavoro sui Gaznevada, in una delle tante case della Bolognina che, dietro all’apparenza uguale a mille altre, riservano sorprese e subito ci buttiamo in una conversazione a 360 gradi su cinema e modo di intenderlo, farlo, fruirlo, insomma, viverlo.

È nato prima il produttore o il regista?

Ti direi prima il montatore e forse poi il regista. Fare il produttore mi piace quando ho a che fare con la creatività, ma il ruolo presuppone anche il reperimento e la gestione dei fondi, quindi una parte amministrativa che mi piace decisamente meno e che a volte soffro.

Quando ti sei reso conto che avevi questa vena creativa e te la sei concessa?

Ho fatto il liceo artistico perché mi piaceva disegnare, poi ho smesso di disegnare completamente, però ho sempre avuto la voglia di fare delle cose, musica, fanzine, organizzato concerti, non ti so dire che valore avessero, però mi consentivano di esprimermi. Ho quindi un percorso personale che mi ha sempre portato a essere attivo e l’audiovisivo, il documentario principalmente, è stata una forma in cui ho trovato l’approccio che mi permetteva di essere più onesto. L’arte, ad esempio contemporanea, mi è sempre piaciuta, l’ho anche provata a fare, ma mi sembrava di bluffare, invece con il racconto di storie attraverso l’audiovisivo questa sensazione non l’avevo, la sentivo più come una strada incline al mio modo di essere.

Quando si è verificato quel click che ti ha fatto capire che questo sarebbe diventato il lavoro della tua vita?

Penso che sia la nascita di mia figlia, già lavoravo in questo settore, montavo, ma nella mia testa doveva arrivare il momento in cui qualcuno avrebbe capito le mie capacità e mi avrebbe aiutato. Poi ho capito che o le cose le portavo avanti io, altrimenti quello che volevo non si sarebbe mai realizzato. Questo click è avvenuto in coincidenza con la nascita di mia figlia perché inconsciamente sono diventato grande, anche se in realtà grande lo ero già, a quel punto sono però diventato più determinato, avevo delle responsabilità che mi portavano a non poter più aspettare.

Hai già fatto qualcosa di fiction?

No, nulla, ma un soggetto ce lho. Il fatto è che il documentario è più facile da distribuire, costa meno, se sbagli un documentario ne fai un altro, se sbagli un film non ne fai più. Ma ce lho il mio film e ha elementi personali e riferimenti al mio immaginario, che è poi quello che trapela dai miei documentari.

Cosa attribuisce personalità a un documentario?

Penso che i miei documentari siano riconoscibili perché sono molto densi, ricchi di cose. Per la mia esperienza la cosa più importante è limmaginario, ci deve essere una spinta, una necessità, come dice Scorsese in questo lavoro mettiamo le nostre ossessioni, forse è anche per questo che produco tantissimo, quando faccio una cosa sto già ragionando sulla successiva e per me questo è vitale. Un immaginario forte ti trasporta. Quando ho iniziato a lavorare ero molto attento a non portare tutta la parte mia che proveniva da quando ero ragazzo, quindi la musica, la cultura alternativa, cose che cercavo di non far trapelare, come se vendessi un prodotto che per risultare ben confezionato doveva essere il più anonimo possibile, invece mi sono reso conto con il passare degli anni che tutta la parte più sporca, più anticonformista, era quella più interessante di me. Da ragazzino la tua diversità la soffri, vorresti essere uguale a tutti gli altri fino a confonderti in loro, poi crescendo capisci che è la tua forza. Anche il grande cinema non racconta mai la storia di persone perfette, sarebbe poco interessante, racconta diversità, sofferenze, contrasti, non vendiamo il nostro conformismo, ma la nostra peculiarità.

Qual è il tuo approccio al documentario, come organizzi il tuo lavoro?

Ho una serie di regole che seguo. La prima è l’accesso, se racconti qualcosa devi esserci dentro fino al collo, devi conoscere la materia, ti devi documentare, devi entrare attraverso una relazione. Anche i soldi sono un accesso, se io trovo un personaggio e lo riempio di soldi e lui mi fa entrare nella sua vita è un accesso anche quello, ma siccome non sempre di soldi ce ne sono c’è anche un accesso dato da un rapporto di fiducia, quindi il volersi raccontare, il parlare. La seconda è la visione, perciò capire come vuoi comunicare, a volte ad esempio racconto una cosa facendone vedere un’altra, però ci deve essere sempre qualche cosa che vedi, mi stancano i documentari in cui ci sono solo persone sedute che parlano. Terza regola la varietà, non mi piacciono i documentari che diventano prevedibili, iniziano in un modo e capisci che replicheranno lo stesso schema per tutta la loro durata. Mi piace che a un certo punto compaia una cosa che ti spiazza. I miei documentari sono molto sporchi, uno sporco ricercato, con un linguaggio misto. Penso sia fondamentalmente un mix di queste cose che alla fine determina la mia riconoscibilità. Molte delle cose che ho prodotto sono così, altre no, perché magari sono state dirette da altri registi che avevano differenti esigenze e ricorrevano a un loro immaginario.

Negli ultimi anni sono sempre di più i documentari che abbiamo modo di vedere su grande schermo, ma per lungo tempo sembravano mondi paralleli. Attribuisco il punto di svolta a Michael Moore che in qualche modo ha sdoganato il documentario portandolo nel cinema. Il documentario secondo te è cinema?

Secondo me il documentario è cinema ma ha una cosa in più del cinema inteso nella sua accezione più classica. Il documentario è un cinema che puoi fare in mille maniere, puoi fare un documentario con le interviste, oppure con le ricostruzioni, alcuni dei più riusciti sono solo con materiale d’archivio. Ha un linguaggio spurio che mescola tante cose insieme e ti dà una ricchezza e delle possibilità. Michael Moore è uno dei pochi nomi che ricordiamo, perché di solito nei documentari viene prima l’argomento di chi lo dirige. Siamo andati a Roma al tappeto rosso per Zucchero – Sugar Fornaciari, ma la gente era lì per Zucchero e meno per noi che lo avevamo raccontato.

Cosa ne pensi dell’ossessione per il messaggio che grava sulle forme espressive?

Il documentario consente forme di distribuzioni alternative a causa di argomenti che possono essere importanti. Ma attenzione, largomento non significa il messaggio, è un errore pensare al documentario come veicolo di un messaggio. Il documentario è una storia avvincente, interessante, che ti può trasportare, spiegare qualcosa e dietro ci può essere un messaggio. È un errore però pensare di andare a vedere un documentario per capire qualcosa, cioè, io te le faccio capire, ma non deve essere quello il punto di arrivo. Prendiamo i programmi di ricette visti in tv, quanti hanno imparato a cucinare un piatto vedendo la gente che fa le ricette in televisione? Secondo me nessuno! La stessa cosa è il documentario. Ed è la stessa cosa per il cinema, anche quello militante, deve esserci alla base un racconto interessante, altrimenti ti leggi un articolo o un libro. 

Hai mai ceduto alle lusinghe del mockumentary (n.d.r. falso documentario)?

Alcuni famosi mi piacciono, però no, anche se a dire il vero, a ben pensarci, il documentario è già una messa in scena, non è la realtà, è uninterpretazione, è la realtà filtrata da un punto di vista, ed è così anche per le opere di registi molto famosi, come ad esempio Gianfranco Rosi, che sembra che ti mostrino la realtà nuda e cruda, tanto che secondo me i documentari di osservazione sono meno reali di quelli sotto forma di intervista, in cui vedi qualcuno che ti racconta qualcosa.

Penso che per essere un documentarista devi avere una grande capacità di ascolto e di metterti da parte, forse anche come regista tradizionale, ma come documentarista di più. Che ne pensi?

Un regista di fiction inventa delle storie, un documentarista prende le storie degli altri e le rimescola. La capacità di mettersi da parte e in ascolto è quinti basilare.

Che spettatore sei?

Voglio andare in sala a vedere un film, a casa faccio fatica a vedere film di fiction, mi annoiano le serie perché ne vedo la formula ripetitiva, il documentario invece lo guardo volentieri anche in televisione. Quando posso vado al cinema perché mi piace, vedo anche che sta tornando la gente in sala, anche se io preferisco quando c’è poca gente e di solito proprio per questo mi metto davanti.

Che rapporto hai con le piattaforme?

Le piattaforme le ho come tutti, ma stanno diventando tante e non so quanto siano sostenibili a livello di mercato, secondo me è un mondo esploso in un attimo che cambierà e potrebbe ridimensionarsi, forse anche a breve. La televisione generalista e anche la pay, invece, per quanto riguarda la mia esperienza, hanno un valore ancora forte. Quando ho fatto il documentario Gilles Villeneuve, l’aviatore, trasmesso in prima serata sulla Rai, ho sentito il botto, che significa milioni di spettatori che l’hanno visto e che ti entrano dentro, è un impatto sicuramente diverso.

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