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IO SONO FELICE. RISCOPRIRE FELICE ANDREASI

Intervista al coregista Michael Zampino

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

IO SONO FELICE. RISCOPRIRE FELICE ANDREASI è un documentario dedicato a Felice Andreasi, attore, cabarettista e umorista torinese, ma anche pittore, considerato uno dei maggiori esponenti del teatro comico-satirico italiano e del cabaret di scuola milanese. L’ opera è diretta da Michael Zampino e Antonio De Lucia. Scopriamo la genesi del progetto attraverso le parole di Michael Zampino, già regista di L’erede, Governance e Laghat – Un sogno impossibile.

Come è nata l’idea di raccontare Felice Andreasi, personaggio televisivo dalla comicità stravagante e lunare, con un periodo di grande celebrità tra gli anni ’60 e ’70, anche caratterista in numerosi film, ma poi sempre più defilato, definito dal suo amico Bruno Lauzi “un pittore prestato al cabaret”?

Felice l’ho incontrato grazie ad Antonio De Lucia, coregista del documentario e amico. Era il 2004 e avevo scritto una sceneggiatura per una commedia, la storia di un portiere di un condominio licenziato da una ditta di servizi ultra tecnologica che gradualmente scivolava nella fantasia, diventava un mezzo barbone, si inventava un figlio e andava a trovarlo, un personaggio che poteva calzare perfettamente per l’umorismo surreale di Felice Andreasi. Gli ho portato la sceneggiatura a Cortazzone, nella villa dove si era ritirato a vivere con la moglie e dipingeva. A quell’epoca non faceva più cinema da tanto tempo ed era già indebolito dal Parkinson, ma era lucidissimo. La sceneggiatura gli piacque tantissimo e abbiamo parlato a lungo, purtroppo però l’anno successivo è scomparso, quindi non se ne è fatto più nulla. Questo incontro come “sospeso” mi era sempre rimasto un po’ di traverso e quindi 20 anni dopo, quando con Antonio (il coregista, n.d.r.) cercavamo un soggetto per fare un documentario ci siamo detti che sarebbe stata la scelta migliore. Tra l’altro Antonio aveva tantissimo materiale perché aveva scritto una biografia su Felice con altri giornalisti e per la preparazione del libro aveva fatto varie interviste in mini tv che erano rimaste in una cantina, quindi c’era già una base di partenza. Poi nel 2025 ci sarebbe stato il ventennale della sua morte, avvenuta il 25 dicembre 2005. Tante variabili a favore che ci hanno fatto propendere per fare un documentario su di lui.

Come ha funzionato la coregia? Come vi siete suddivisi i compiti?

Direi che siamo stati veramente complementari. Antonio ha portato in superficie tanti materiali di Felice che aveva girato privatamente, avevano infatti una certa amicizia di prossimità, andava spesso a trovarlo a Cortazzone e c’erano tutti questi filmini che aveva girato. C’è stato quindi prima un grosso lavoro congiunto di selezione. Io provenendo dalla fiction mi sono concentrato di più sul raccontare una storia, mentre Antonio è più un vero documentarista. Se vogliamo sintetizzare possiamo dire che io dato un po’ più di struttura narrativa al progetto e lui un po’ più di materiale grezzo.

Chi era Felice Andreasi?

Difficile definirlo a senso unico, le etichette non gli appartenevano, era stato portato sul palco quasi contro la sua volontà, ma il suo grande talento lo aveva “costretto” a continuare, anche se la sua vera passione era la pittura.

Cosa hai scoperto che non sapevi affrontando il documentario?

Innanzitutto la modernità, mi sono reso conto che questa voce così libera, così provocatoria, per certi versi politicamente scorretta, era una boccata d’ossigeno, in un mondo come quello odierno, poi, molto più conformista rispetto a venti o trent’anni fa, ancora di più. Andreasi, insieme al Gruppo Motore di Enzo Jannacci, rivoluzionò negli anni ’70 il cabaret italiano al mitico Derby Club di Milano che proveniva dal post ’68 e faceva contestazione e provocazione a ridosso degli anni di piombo. All’epoca si imitava il Papa, si ridicolizzava il patriottismo, si leggeva Carducci facendo ridere il pubblico. Queste cose oggi non le puoi più fare.

Il documentario mostra il cambiamento di costumi avvenuto nel corso degli anni. Alcuni monologhi, come “La moglie bruciata”, oggi difficilmente potrebbero essere fatti perché più che una satira ferocissima del distacco emotivo e dell’incomunicabilità nei rapporti familiari verrebbe interpretato unicamente come celebrazione gratuita della violenza.

Probabilmente un tipo di comicità come la sua, come dice Stefano Sarcinelli nel documentario, al teatro o nei cabaret, quelli che rimangono, potrebbe essere ancora proponibile, in televisione invece oggi sarebbe molto difficile trovare spazio per sketch come i suoi. Come imitava Paolo VI, non parliamo poi de “La moglie bruciata”! Adesso provocare è più difficile, oggi la libertà di tono a mio parere è minore rispetto a quell’epoca e nella contemporaneità non credo che ci sia uno stand-up comedian pronto a scrivere cose del genere e proporle in TV non è possibile. C’è stato un epocale cambiamento della comicità che ha determinato il passaggio dai cabarettisti ai comici. Il cabarettista sapeva cantare, suonare, giocava con l’ironia, la derisione, il potere, la contestazione, la provocazione, l’anarchia. I tempi comici erano diversi. Poi è nata la televisione più commerciale, soprattutto quella berlusconiana, poi la Rai ha seguito, dove è nata una nuova comicità più legata all’attualità, con battute a raffica, ritmatissime, e Andrea non si è adattato a questa visione, a questo modo di fare comicità. Alcuni si sono adeguati a questo modo nuovo di fare ridere e hanno fatto grandi carriere, anche cinematografiche (vedi ad esempio Diego Abatantuono), invece Felice Andreasi no, ha rifiutato anche vari ruoli al cinema, e questo per tanti motivi, la pittura sicuramente, suo primario sfogo artistico, ma anche il suo carattere, perché io l’ho incontrato e ho avvertito una persona comunque non semplice.

Hai qualche aneddoto significativo al riguardo?

Mi ha raccontato Cochi Ponzoni che Giorgio Strehler l’aveva chiamato per fare un ruolo da protagonista al Piccolo a Milano, parliamo degli anni ’80, ma lui ha rifiutato per andare a funghi, perché c’era la stagione dei funghi che iniziava e quindi lui non voleva mancare all’appuntamento. Si tratta quindi di un personaggio che non ha sposato alcuni valori dello show business e ha rifiutato di conformarsi: non si è mai spostato a Roma, il suo agente lo vedeva una volta ogni tanto, non ha fatto tutti gli sforzi e i compromessi spesso necessari per arrivare al successo. Questo lo rende unico e sicuramente una personalità degna di nota che fa piacere riscoprire.

Cosa vorresti che pensasse chi vede il documentario?

Felice ha fatto scelte che oggi possono sembrare incomprensibili, ha rinunciato alla fama, ai soldi e a una carriera nello show business per ritirarsi in una villa sperduta in Piemonte per vivere la sua passione, la pittura, essere immerso nella natura, andare a funghi, dipingere, con i colori che faceva da solo. Non sappiamo se lui era un grande pittore o meno, lo lasciamo all’interpretazione del pubblico. Felice ha dimostrato di non essere disponibile a tutto per raggiungere il successo, la fama, il denaro, forse se si riesce a vivere la propria passione si è più vicini alla felicità. Un messaggio controcorrente rispetto ai tempi molto omologati in cui viviamo, dove per un briciolo di notorietà si è disposti a tutto. Felice ci invita a una doppia riflessione, sul tipo di comicità, così provocatoria e sulfurea contro la tendenza di oggi, ma anche sulle scelte di vita e di libertà. Una libertà a due livelli, non soltanto di linguaggio, ma anche di vivere nel quotidiano seguendo il proprio imprescindibile sentire. Forse l’opera d’arte più riuscita di Felice è stata la sua vita, perché è qualche cosa di diverso da tutto.

Che distribuzione avrà il documentario?

Per ora solo festivaliero, però puntiamo a estendere la distribuzione; è un problema di diritti relativi alle immagini, abbiamo 7 preziosi minuti di Rai Teche che mostrano Felice in alcune trasmissioni a cui ha lavorato e per ora abbiamo ottenuto una licenza solo festivaliera, ma speriamo di risolvere il problema.

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