di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Sui dati di ascolto della 97ª edizione degli Academy Awards del 2 marzo 2025 c’è stata una doppia comunicazione, prima sembravano in calo (18,1 milioni di spettatori), poi il dato è stato rettificato aggiungendo anche le visualizzazioni tramite la app Hulu e la sua interfaccia sul computer e si è passati a 19,7 milioni di spettatori. Numeri complessivi, quindi, in miglioramento rispetto alle altre edizioni post Covid: dalla punta più bassa del 2021 (il record negativo, con appena 10,4 milioni di spettatori, in cui vinse Nomadland) si è passati a un 2022 in crescita (in cui a vincere fu CODA) e a un ulteriore progressione positiva nel 2023 (in cui trionfò Everything Everywhere All at Once).
Lontanissimo dai numeri ben più sostanziosi degli anni precedenti:
- 2020 – 23.600.000 spettatori (miglior film Parasite)
- 2019 – 29.600.000 spettatori (miglior film Green Book)
- 2014 – 43.700.000 spettatori (miglior film 12 anni schiavo)
- 2000 – 46.300.000 di spettatori (miglior film American Beauty)
- 1998 – 55.250.000 di spettatori (la cerimonia degli Oscar più seguita di sempre nell’anno di Titanic)


Volendo trarre un qualche segnale dall’andamento dei dati, vediamo che fino al 2017, pur con alti e bassi, gli spettatori sono sempre stati superiori ai 30 milioni, poi hanno cominciato a calare fino ai numeri sopra indicati, in linea più con il Festival di Sanremo in Italia che con gli Oscar negli Stati Uniti.
Ma cosa è successo?
Beh, al di là di trasmissioni non sempre ritmatissime, con scelte discutibili (dalla decisione scellerata di premiare alcune categorie in differita all’atteso In Memoriam con cantanti e balletti perdendo di vista la solennità del momento) e di un calo generalizzato di interesse nei confronti della televisione a vantaggio delle piattaforme streaming, ciò che ha finito per fare la differenza sono stati i film. Nel 2017 fu premiato Moonlight che vinse, non senza polemiche, contro La La Land e si può considerare questo momento come una linea di demarcazione tra un prima e un dopo, con gli Oscar sempre più tesi a celebrare un cinema di nicchia piuttosto che popolare.


C’è stato un tempo in cui gli Oscar celebravano il cinema statunitense visto in sala in patria. Non erano terreno di scoperta, ma un momento autoreferenziale non a caso soprannominato “la notte delle stelle”, perché si supponeva che tutto il mondo del cinema convergesse lì, per festeggiare e darsi pacche sulle spalle. Per il cinema inteso come sperimentazione, d’autore, nuovo, c’erano i festival. Il miglior film degli Oscar non è sempre stato il migliore film dell’anno, ma sicuramente un film che avresti potuto consigliare a un amico senza rischiare di perderlo. Pensiamo a titoli come Il gladiatore (2001), Forrest Gump (1995), Il silenzio degli innocenti (1992), Balla coi lupi (1991), La mia Africa (1986), Amadeus (1985), Kramer contro Kramer (1980), Rocky (1977), Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976), Ben Hur (1960), Fronte del porto (1955), Casablanca (1944), Via col vento (1940), tanto per citarne alcuni. Tutte opere con personalità, ma anche in grado di parlare a tutti, soprattutto film che hanno creato un immaginario capace di resistere all’implacabile passare del tempo (il giudice più impietoso) e che ricordiamo ancora oggi.


Poi qualcosa è cambiato, e non c’è giudizio in questo ma una mera constatazione, infatti la cosa ha i suoi pro (meno statiunicentrismo) e i suoi contro (minore interesse intorno alla manifestazione), a causa principalmente all’allargamento del numero dei membri dell’Academy seguendo regole più inclusive. Una scelta molto giusta che però ha finito per rendere la selezione più sbilanciata a favore di un cinema di nicchia. Gli Oscar sono infatti via via diventati una sorta di Festival dei Festival, con il meglio di ciò che Cannes e Venezia, soprattutto, ma anche altri festival, avevano già celebrato nel corso della stagione. In questo modo la notte degli Oscar ha perso la sua anima popolare diventando al contempo un po’ anonima, priva di una identità precisa. Si è quindi finito per premiare ciò che gli addetti ai lavori e il pubblico interessato conoscevano già da tempo, ma senza riuscire più di tanto ad agganciare anche il grande pubblico. Sempre meno star e volti conosciuti, quindi, e sempre più titoli indipendenti. Una scelta che a livello di dati di ascolto si è rivelata un autogol e purtroppo nemmeno il cinema ci ha guadagnato più di tanto. Pensiamo al caso Anora: aveva già vinto la Palma d’Oro a Cannes, trovando il suo pubblico (che, tra l’altro, ha risposto timidamente all’appello rispetto ad altri titoli festivalieri), cosa gli aggiunge il surplus di popolarità conseguito con gli Oscar? Sì, certo, un po’ di visibilità, la riedizione nelle sale, ma ne sentiremo ancora parlare tra vent’anni o finirà nel dimenticatoio come gran parte degli ultimi film premiati agli Oscar, a partire proprio da quel Moonlight che ha cominciato a indicare la via? Attenzione, Moonlight è un film riuscito e interessante, ma dagli Oscar ci si aspetta qualcosa di più popolare e meno arthouse, in grado di parlare a tutti ma proprio tutti.
Come sempre, c’è da pensarci su!
Ah, per quanto riguarda invece l’Italia, la diretta su Rai 1 ha avuto un aumento dello 0,26% a livello di share con 525 mila spettatori.

