di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Per chi non conosce la storia la riepilogo brevemente. A maggio 2024 viene presentato in concorso a Cannes Emilia Pérez, il nuovo film di Jacques Audiard. Vince il Premio della Giuria e il premio per tutto il cast femminile. Nel corso di questi mesi la sua fama cresce giorno dopo giorno fino a vincere quattro Golden Globe e ricevere fior di nomination in tutti i premi più importanti (Bafta, Cesar, Critics’ Choice Awards). Agli Oscar le candidature sono ben 13, sia come migliore film straniero che internazionale e per un po’ è sembrato che potesse vincerli entrambi. È sostenuto da Netflix che lo distribuisce negli U.S.A. (da noi invece è in sala) e adotta la strategia di spingere Zoe Saldana come non protagonista e Karla Sofía Gascón come protagonista, in modo da aumentare le chance del film e consentire a entrambe di essere premiate. Fa molto scalpore il fatto che Karla Sofía Gascón sia la prima attrice transgender a essere nominata all’Oscar come protagonista e la notizia non passa nel silenzio mediatico con anche voci contrastanti, di entusiasmo per una scelta molto contemporanea, ma anche di trasnfobia (insieme di sentimenti di odio e contrasto rivolti alle persone trans), attraverso commenti social che non le risparmiano nulla ed evidenziano prima di tutto che abbiamo un grande problema nell’accogliere concretamente valori inclusivi.

Mentre sembrano aumentare sempre più le possibilità che Karla Sofía Gascón riesca a spuntarla, arriva lo tsunami: ci sono vari tweet di qualche anno fa in cui l’attrice, in modo molto diretto e senza filtri, anche discutibile certo, esprime il suo punto di vista su argomenti caldi della contemporaneità. Viene accusata di essere razzista, islamofoba e di non incarnare i valori di inclusività veicolati da Emilia Pérez, suo alter ego sullo schermo. Più passa il tempo più aumenta l’ostracismo nei suoi confronti, i commenti di odio si moltiplicano, viene minacciata di morte (ma questo anche prima), tutti prendono le distanze da lei (anche il regista Jacques Audiard), Netflix la toglie dal poster del film e dalla campagna Oscar e appare sempre più chiaro che insieme a lei anche il film è passato dalle stelle alle stalle diventando tossico. Le ultime notizie sono che la Gascón, dopo vari tentativi falliti di mediare e scusarsi, non parteciperà alla serata degli Oscar per consentire che “il film venga apprezzato per quello che è, una bellissima ode all’amore e alla diversità” (lo ha comunicato la stessa attrice sul suo profilo Instagram).


Ora, per me il film è interessante per la sua originalità nel mescolare generi differenti (la recensione è qui), ma non certo il capolavoro che tutti hanno gridato in preda all’estasi di avere visto. Sono sembrate generose le lodi sperticate, la valanga di premi, e le esagerate nomination, tanto da far sorgere il pensiero pernicioso che il film fosse più importante per ciò che rappresenta(va), che per ciò che mostra. Perché, diciamolo, avere a portata di mano un film che si fa bandiera di inclusività, aperto alla varietà del mondo, con una protagonista transessuale, sembra ciò di cui ha bisogno l’Academy per farsi paladina dei tempi e del giusto. Succede quindi che Karla Sofía Gascón venga nominata all’Oscar per le ragioni sbagliate ma che, per altrettante ragioni sbagliate, stia vedendo sfumare i suoi sogni di gloria. Da essere idolatrata a essere massacrata il passo è breve, il popolo del web vuole la sua testa, la sua varia umanità non va più bene, non dice le cose giuste, al rogo, al rogo! Siamo a questi livelli di follia! Non entrando nel merito di ciò che ho letto dei suoi post (poi cancellati), che comunque mi pare siano stati decontestualizzati, riassunti per virgolettati manipolatori, assumendo così ben altra valenza, voglio alzare il tiro, secondo me anche se avesse detto le più peggio cose (veramente, questa volta), ciò non dovrebbe inficiare la sua candidatura e possibilità di essere premiata. Viviamo in una democrazia, ognuno ha libertà di parola e, soprattutto, Karla Sofía Gascón non ha commesso nessun reato, solo espresso il suo pensiero su temi caldi e divisivi della contemporaneità.


E sta qui il problema: con gli Oscar si premia l’attore o la persona? Alfred Hitchcock, per fare un nome tra i tanti, molestò Tippi Hedren (lo racconta lei nella sua autobiografia), cosa facciamo, non guardiamo più un suo film? Frank Sinatra voleva che Mia Farrow, sua giovanissima sposa, smettesse di recitare per fare la moglie, non ascoltiamo più una sua canzone? Non so voi, ma se le conseguenze sono queste, non voglio sapere più nulla sul privato di chi vedo sullo schermo.

Vi pare possibile che un’altra delle attrici candidate, Fernanda Torres (per Io sono ancora qui), abbia dovuto fare un comunicato per scusarsi per uno sketch fatto annissimi fa in cui interpretava per la tv una donna afroamericana dove appare con la faccia colorata di marrone (il termine contemporaneo è blackface)? Siamo a questo terribile punto? Non ci rendiamo conto che qualcosa non funziona se la forma prevale sulla sostanza? Non sembra tutto maledettamente ipocrita e falso e opportunista? Può una bellissima interpretazione essere inficiata dal privato di un artista, o da eventi passati, o da tutto ciò che esce dal perimetro di quella performance? Ha senso? Premiamo l’attore o ne valutiamo vizi e virtù? È davvero in questa direzione che vogliamo andare? Non viene anche a voi voglia di boicottare tutto questo sistema di valori che diventano solo merce di scambio?
C’è davvero da pensarci su!
