“Scrivi la tua ideale rassegna cinematografica”

I FINALISTI DEL CONTEST

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

È terminato il contest estivo relativo alla creazione di una rassegna cinematografica. Prima di tutto vorrei ringraziarvi per la vostra partecipazione, perché ho ricevuto davvero tante proposte ricche e stimolanti che testimoniano un grande amore per il cinema e le sue infinite possibilità di confronto, oltre alla voglia di mettersi in gioco (mai scontata).

Non avendo dato specifiche particolari ognuno ha giustamente interpretato il contest in base al suo sentire. Si è così creata una suddivisione tra chi ha messo i suoi film del cuore, quelli a cui è particolarmente legato e che vorrebbe rivivere in sala proponendoli a una collettività, e chi invece ha cercato il collante di un tema da affrontare attraverso una serie di film in grado di approfondirlo e sondarlo. Il genere più gettonato è stato sicuramente l’horror, in tutte le sue possibili declinazioni, dal body horror (Liliana D’aniello) al gotico italiano (Marco Visco e Paolo Dallimonti), passando per splatter (Stefano Carducci), slasher (Emma Basile) e folk (Domenico Giavazzi), ma si sono distinti anche fantascienza (Luigi Valerio Gemini) e fantasy, ma degli anni ’80 (Santo Miceli). C’è anche un grande amore per i classici, vecchi e nuovi (Nunziante Valoroso, Paola Serra, Samantha Frontali, Davide Magnisi, Marcello Trentini, Virna Castiglioni, Antonio Petta, Cinzia Carati), quelli indimenticabili da cui tutto è partito, soprattutto l’amore per il cinema.

Tra le varie tematiche i film poco visti (Alina Lattarulo), quelli con il budget più basso e la qualità più alta (Federico Mattioni), l’incontro casuale che si trasforma in arricchimento personale (Alessandra Bonfiglioli), il perdono (Francesco Mignani), i film che hanno riscritto le regole e i codici dei loro generi cinematografici di appartenenza (Michael Zampino), la citta di New Tork protagonista trasversale (Diego Franzoni), il cinema in bianco e nero nel ventunesimo secolo (Gianni Scarabotti), le grandi parodie del cinema italiano (Davide Madeddu), il cinema nel piatto (Massimino de Febe), santi o beati (Daniele Zuccarini), i film visti solo una volta al cinema e che si vorrebbero rivedere (Stefano Patusso), i film non visti in sala accomunati dalla sensazione che tutto, anche i sentimenti meno edificanti, possa farsi cinema (Angela Martino).

C’è stato chi ha scritto in tandem (Marco Visco e Paolo Dallimonti) e anche qualche giovanissimo (la tredicenne Anna Trentini), chi ha scritto tantissimo, chi invece ha applicato una mirabile sintesi, insomma, di tutto un po’, ed è bellissima questa varietà.

A questo punto non è affatto semplice decretare un unico vincitore, perché le sollecitazioni e gli spunti ricevuti sono stati davvero tanti e tutti, ripeto tutti, sono preziosi. Essendo però un gioco “ne resterà”, come in Highlander, “soltanto uno!”.

Come criteri selettivi, inevitabilmente soggettivi, ho cercato un equilibrio tra forma e contenuto, tra il modo in cui la rassegna è stata presentata e i titoli scelti per darle sostanza e forza, dando priorità all’urgenza comunicativa captata e pensando anche alle possibilità che la rassegna avrebbe nell’essere proposta a un pubblico pagante.

Vorrei far decantare i finalisti per una settimana, chiedendo anche i vostri commenti e sperando che nessuno se la prenda per non essere stato citato o incluso nella selezione finale. Il vincitore sarà decretato martedì 25 agosto 2026.

Ecco quindi i 10 finalisti in rigoroso ordine alfabetico, in base al cognome del partecipante.


Aleandro Alushi

OLTRE LA DIPENDENZA

La dipendenza è spesso associata alle sostanze, ma in realtà assume forme molto più complesse. Può nascere da una droga, da una persona, da un’ossessione, da un bisogno di approvazione o persino da un sogno. Quello che accomuna tutte le dipendenze è la loro capacità di trasformare il desiderio in necessità, alterando il modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo che ci circonda. Ho scelto questi cinque film perché raccontano la dipendenza da prospettive diverse, senza mai ridurla a un semplice problema individuale. Mostrano come ogni dipendenza coinvolga inevitabilmente anche chi sta accanto a chi ne soffre: famiglie, amici, partner. Sono storie dure, spesso dolorose, ma profondamente umane, che invitano a guardare oltre il giudizio per comprendere la fragilità delle persone e la complessità delle loro scelte. Attraverso linguaggi e sensibilità differenti, questi film dimostrano che la dipendenza non è soltanto una questione di sostanze, ma una condizione che può assumere molte forme e che, in ogni caso, lascia un segno su chi la vive e su chi le resta vicino.

1) Requiem for a Dream (2000) regia di Darren Aronofsky Un viaggio intenso e sconvolgente nelle molteplici forme della dipendenza: droghe, ossessione per il successo e bisogno di riconoscimento. Un film che mostra come ogni dipendenza finisca per consumare non solo l’individuo, ma anche le sue relazioni.

2) Trainspotting (1996) regia di Danny Boyle Un classico del cinema contemporaneo che racconta con energia e ironia la dipendenza dall’eroina, alternando momenti di leggerezza a una riflessione profonda sul vuoto, sulle scelte e sulla possibilità di cambiare.

3) Half Nelson (2006) regia di Ryan Fleck La storia di un insegnante brillante che combatte in silenzio contro la propria dipendenza. Un ritratto delicato e realistico di una persona divisa tra il desiderio di aiutare gli altri e l’incapacità di salvare sé stessa.

4) Candy (2006) regia di Neil Armfield Una storia d’amore intensa e tragica in cui il legame tra i protagonisti si intreccia con la dipendenza dall’eroina. Un film che racconta come amore e autodistruzione possano diventare indistinguibili.

5) Beautiful Boy (2018) regia di Felix Van Groeningen Basato su una storia vera, racconta la dipendenza attraverso lo sguardo di un padre e di un figlio. Un’opera toccante che mette al centro il dolore, la speranza e la forza dei legami familiari di fronte alla malattia.


Erika Baldini

UN SOTTILE FILO ROSSO TEMATICO TUTTO AL FEMMINILE

La frusta e il corpo (M. Bava, 1963)

Vado indietro (molto) negli anni e pesco dalla filmografia della mia tesi di laurea che era sulle figure femminili nel cinema gotico italiano (credo tra le prime tesi DAMS Cinema di genere, intendo gender study ma anche di rivalutazione dei generi cinematografici minori). Molti dei film della lista li ho visti, trovando materiale tra i più improbabili collezionisti, su un video, in vhs. Mario Bava è tra gli autori più conosciuti tra gli autori che ho trattato, di lui gli unici film che sono riuscita a vedere in sala c’è “I tre volti della paura” e, ovvio, “La maschera del demonio”. Quanto mi piacerebbe vedere questo con Lee e Daliah Lavi!

Una moglie (J.Cassavetes, 1974)

Uno dei miei film preferiti di sempre. Con un’immensa Gena Rowlands. Avrei potuto mettere comunque un altro qualsiasi titolo di Cassavetes. Di lui purtroppo non ho mai visto nulla sul grande schermo. Trovo che la sua opera sia molto sottovalutata e che sia davvero ingiustamente raro trovare retrospettive a lui dedicate in sala.

Possession (A. Zulawski, 1981)

Tra i film più disturbanti, con una delle interpretazioni femminili più maledette della storia del cinema, è il momento giusto per un suo ritorno in sala: è in preparazione il discusso remake con Margaret Qualley, è un dovuto omaggio al recentemente scomparso, grandissimo, Sam Neill, che – ricordiamolo – non bazzicava solo tra dinosauri.

Lezioni di piano (j.campion, 1993)

Un film che abbiamo tentato di ridare al nostro festival ma è stato impossibile per questioni di diritti, mi piacerebbe tantissimo rivederlo in tutta la sua raffinata eleganza sul grande schermo.

Fish Tank (A.Arnold, 2009)

Anche se non prolifica, è per me una delle registe più interessanti degli ultimi anni. Ho visto di recente il suo ultimo “Bird” su piattaforma così come il suo lavoro che più apprezzo al momento “Fish Tank”, mi piacerebbe recuperarlo in sala, con quel sempre intenso Michael Fassbender.


Silvia Colombini

1. Colazione da Tiffany

Holly Golightly nasconde sotto Givenchy la storia di una sopravvissuta. E guardarla sul grande schermo fa lo stesso effetto di quando ti innamori: ti scalda prima che tu te ne accorga.

2. Little Miss Sunshine

Ogni personaggio è adorabile. È il ritratto della famiglia vera, quella che non esiste. Una manica di scombinati su un pulmino Volkswagen giallo che cade a pezzi, diretti verso un massacro di illusioni e di sogni infranti. È divertente, spietato, se non ridi e non ti commuovi insieme, probabilmente hai un macigno al posto del cuore.

3. Il sorpasso

Gassman su quella Lancia Aurelia è la reincarnazione del diavolo con il sorriso e la camicia sbottonata. Ti prende a bordo, ti conquista e poi ti scarica nell’abisso prima ancora che tu possa tirare il freno a mano. È un capolavoro di scrittura, battute e poesia.

4. Un bounty killer a Trinità

L’ho visto al cinema parrocchiale di Morbegno, tra sedie di legno e odore di sacrestia, e ancora oggi non so se fosse un film vero o una fantasia. Devo rivederlo sul grande schermo solo per capire se quel bounty killer esiste davvero o se me lo sono sognato. Un conto da saldare con la memoria.

5. Pomi d’ottone e manici di scopa

Streghe alle prime armi, armature vuote che prendono a calci i nazisti e un letto volante che viaggia nello spazio-tempo. È un delirio fantastico balistico occulto che se ne frega della logica. Anarchia pura che pesta i cattivi senza fare prigionieri.

Bonus Track / 6. Il grande Lebowski

Il Dude non si può ignorare. Un fattone in vestaglia, un Philip Marlowe travolto dalle conseguenze di un tappeto rovinato. È il noir sull’assurdità dell’esistenza, da godersi in sala possibilmente con uno o anche tre White Russian in mano.


Paolo Dallimonti

FUORI CATALOGO/FUORI SERIE

Il film di un regista che esula dalla sua abituale produzione: una commedia o un film storico o un cartoon live-action per chi ha fatto sempre thriller, un thriller teso e amorale per chi ha fatto quasi sempre commedie e un film d’autore, che gli cambierà il destino, per chi aveva fatto solo splatter-horror…

Il signore e la signora Smith/Mr. & Mrs. Smith, 1941 (Alfred Hitchcock) 

Una vera e propria irripetibile screwball comedy per il maestro del brivido, che non ha mai escluso l’ironia dai suo film, ma che qui, ancora ad inizio carriera, si concede una irresistibile vacanza.

Le cinque giornate, 1973 (Dario Argento)

Una vera e propria meteora, forse un incidente di percorso, per il maestro dell’horror all’italiana che qui lascia per una sola volta il genere che l’ha reso famoso. Un film politico, con il solito Celentano-prezzemolo in quegli anni, un’opera da ricordare solo per questi motivi.

Creature del cielo/Heavenly creatures, 1994 (Peter Jackson)

Presentato in concorso alla 51ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia vincendo il Leone d’argento segna il passaggio dallo splatter-horror del genietto neozelandese, spalancandogli le porte che in qualche anno lo avrebbero condotto a “Il signore degli anelli”.

Match Point, 2005 (Woody Allen)

Da un maestro del cinema mondiale, da sempre alle prese con commedie esistenziali, tra Bergman e Fellini, qui realizza un “Delitto senza castigo” teso e amorale che sembra diretto da un trentenne.

Yattaman-Il film/Yattâman, 2009 (Takashi Miike)

Da uno dei registi giapponesi più controversi, originali e, appunto, eclettici, che negli anni ci ha regalato pellicole violente, inquietanti e perverse, uno spassoso adattamento di un cartone animato indimenticato che sorprende per le numerose trovate.

Un’alternativa, sempre in tema di “carriere parallele”, sarebbero i film horror di Pupi Avati, un regista che nella sua carriera si è dedicato quasi sempre a commedie sentimentali spesso autobiografiche, ma non solo, lasciando un segno indelebile nel cinema dell’orrore italiano…

Selezionerei:
La casa dalle finestre che ridono
Zeder
Le strelle nel fosso
(una favola horror con protagonista la morte)
L’arcano incantatore
Voci notturne (serie TV scritta da Avati e prodotta dal fratello Antonio, diretta da Fabrizio Laurenti)


Giovanna Manfredini

IL NOVECENTO: LA FRAGILE OMBRA DEL BREVE SECOLO

Il Novecento è stato il secolo della velocità e del progresso, ma soprattutto il momento storico in cui la psiche umana si è scoperta fragile, divisa e popolata da fantasmi. Un’eredità di emozioni e inquietudini che rispecchiano da vicino le nostre paure e le nostre contraddizioni contemporanee.

Ecco i 5 titoli:

  1. La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998) Sul contrasto tra il dramma bellico e la fragilità interiore. Prima e dopo le grandi guerre del Novecento, l’essere umano si è riscoperto vulnerabile, smarrito e di fronte alla medesima domanda universale: come e dove nasce il male?
  2. La rosa purpurea del Cairo (Woody Allen, 1985) Sul desiderio rimosso, la fuga dalla realtà e la scissione tra fantasia e vita vera. Nel Secolo Breve, con la diffusione della psicoanalisi freudiana, abbiamo imparato a riconoscere la nostra dualità e il bisogno della mente di rifugiarsi nell’illusione per sopravvivere.
  3. Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009) Sulle ossessioni e i desideri inconfessabili sommersi dalla morale. Un’analisi spietata di ciò che si nasconde nell’ombra dell’educazione rigida e delle convenzioni sociali, mostrando il germe della violenza e del nazismo che ha segnato il Novecento.
  4. Network – Gli spietati (Sidney Lumet, 1976) Sull’invasione del rumore mediatico e la perdita del silenzio interiore. Un’opera profetica su come la società tardo-novecentesca abbia barattato la pace e la contemplazione con l’assordante rumore di fondo dei media e la sovraesposizione all’informazione.
  5. L’uomo che non c’era (Joel & Ethan Coen, 2001) Sull’invisibilità dell’individuo e l’alienazione dell’Io. Un noir esistenziale e chiaroscurale che incarna la sensazione del secolo scorso (e di oggi): sentirsi trasparente, inascoltato e spettatore passivo del proprio destino.

Roberta Marchelli

RIPESCHIAMOLI!

Il cameraman e l’assassino, di Benoît Poelvoorde

Riflessi sulla pelle, di Philip Ridley

Bad Boy Bubby, di Rolf de Heer

Delicatessen, di Jeunet et Caro

Happiness, di Todd Solondz 

Ci sono film che rassicurano e film che inquietano. Questa rassegna è dedicata ai secondi: opere spiazzanti, provocatorie, a tratti disturbate e disturbanti, capaci però di lasciare un segno profondo nello spettatore. Da Il cameraman e l’assassino a Happiness, passando per le visioni allucinate di Riflessi sulla pelle, l’irriverenza estrema di Bad Boy Bubby e l’immaginazione grottesca di Delicatessen, ogni titolo ci conduce in territori scomodi dove il confine tra comicità, crudeltà, assurdo e tragedia si fa sottile e ambiguo.

La scelta nasce dal desiderio di esplorare un cinema che non cerca il consenso immediato, ma la reazione: film che provocano, dividono, fanno sorridere quando forse non dovrebbero e costringono a guardare ciò che normalmente preferiremmo evitare. Un viaggio tra opere cult e outsider che, proprio attraverso il loro lato più oscuro e perturbante, riescono a raccontare qualcosa di autentico sulla natura umana.


Michele Medda

ROADS TO NOWHERE – LE FUGHE IMPOSSIBILI DEL CINEMA DI HOLLYWOOD

A ben guardare, la grande letteratura e il cinema americano si basano sul movimento: il viaggio verso un luogo dove mettere radici – il mito dei pionieri – oppure il movimento inverso: la fuga, una volta constatato che l’Eden che si credeva raggiunto si trova (forse) altrove. In ogni caso, c’è sempre una strada da percorrere, in un senso o nell’altro. Dunque, il road-movie rappresenta un filone assai frequentato nel cinema americano.

Praticamente impossibile racchiudere in soli cinque titoli la lunga storia del genere, declinato con le più varie sfumature, dal crime/noir di Detour (1945) o La belva dell’autostrada (1953) a pellicole di pura exploitation a base di biker (comprese variazioni weird tipo Werewolves on Wheels, 1971), passando per pietre miliari come Duel (1971). Per quanto genere ontologicamente a basso budget, appannaggio per lo più di produzioni indipendenti e di registi debuttanti o quasi (Spielberg in primis, ma poi Harmon, Reynolds, Bigelow), il road-movie ha goduto anche di inaspettate fiammate di popolarità: gli anni Novanta sono idealmente incorniciati dallo straripante successo di pubblico di Thelma & Louise (1991), e da quello di critica riservato al più conciliante Una storia vera (1999).

Qui si è cercato di raccogliere cinque titoli rappresentativi del cambio di paradigma del cinema Hollywoodiano a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta e dell’intrinseca contraddizione dei suoi sviluppi: la volontà di fuga da un American Dream tradito (o meglio, traditore) diventerà presto la coscienza della impossibilità di questa fuga. Spesso – per non dire quasi sempre – i protagonisti di queste storie sono loser, perdenti marchiati da un destino a cui è impossibile sottrarsi. Le loro strade portano al nulla. E solo a pochi sarà concesso di scegliere come uscire di scena, affrontando a testa alta la sconfitta.

Easy Rider – Libertà e paura (Easy Rider, 1969), di Peter Fonda e Dennis Hopper; con Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson Impregnato del pessimismo di un Paese ancora invischiato nel pantano del Vietnam, il film di Hopper e Fonda nasce dentro la controcultura degli anni Sessanta: la highway percorsa dai due motociclisti Wyatt e Billy è la metafora del cammino – politico e sociale – di un’America diretta verso la catastrofe. Il finale sembra non lasciare speranze ed esplicita senza remore la fine del sogno a stelle e strisce. Eppure, accolto da un imprevedibile successo di critica, Easy Rider diventerà paradossalmente un film seminale, spalancando le porte al rinnovamento generazionale di Hollywood.

Punto Zero (Vanishing Point, 1971), di Richard T. Sarafian; con Barry Newman, Cleavon Little, Karl Swenson Punto Zero sembra richiamare tematicamente Easy Rider. Ma i due motociclisti di Easy Rider erano fin da subito fuori dal Sistema. Kowalski, il protagonista di Punto Zero, invece c’era dentro in pieno e non è riuscito a restarci: era un poliziotto, ma ha perso il distintivo dopo essersi invischiato in un giro di droga. Adesso cerca un riscatto con una scommessa: arrivare a tempo di record da Denver a S. Francisco: quasi duemila chilometri da percorrere in quindici ore, a bordo di una Dodge Challenger del 1970, ignorando i limiti di velocità. Inevitabilmente, la polizia lo bracca. E a lui non resta che raggiungere a testa alta, consapevolmente, il suo Vanishing Point, titolo originale del film.

Electra Glide (Electra Glide in Blue, 1973), di James W. Guercio; con Robert Blake, Billy Green Bush, Mitch Ryan In Electra Glide il protagonista è uno sbirro in servizio: John Wintergreen, un poliziotto motociclista addetto al controllo del traffico. Idealista, ambizioso, John vuole fare un salto di qualità ed entrare a tutti i costi nella più prestigiosa sezione investigativa. Ci riesce, ma presto l’ambizioso traguardo raggiunto si rivela una realtà assai peggiore della routine del pattugliamento stradale. John imparerà a proprie spese che, anche agendo dentro il Sistema, pretendere di cambiare il proprio destino è hybris, arroganza punita dagli dei: e il suo sogno si schianterà sull’asfalto, esattamente come quello degli easy riders Wyatt e Billy.

Sugarland Express (The Sugarland Express, 1974), di Steven Spielberg; con Goldie Hawn, William Atherton, Michael Sacks In Sugarland Express troviamo ancora poliziotti, ma non come protagonisti principali. Il primo è un agente preso in ostaggio da una coppia di sbandati in fuga, la giovane Lou Jean e suo marito Clovis; i due vogliono riprendersi il bambino sottratto loro dal tribunale e affidato a una matura coppia benestante. Il secondo sbirro è l’anziano capitano Tanner, che bracca i fuggiaschi lungo la strada per Sugarland, cercando di evitare un epilogo tragico per loro e per l’agente sequestrato. Ma né la comprensione umana di Tanner, né la simpatia della gente comune per la coppia hanno alcun peso sulla bilancia del destino: non è previsto che il Sistema risparmi chi vi si ribella.

Le strade della paura (Cohen and Tate, 1988), diretto da Eric Red; con Roy Scheider, Adam Baldwin, Harley Cross Le strade della paura è la prima regia di Eric Red, ma è la sua seconda storia on the road, dato che due anni prima Red aveva sceneggiato il più famoso The Hitcher per il regista Robert Harmon. Il film racconta il viaggio di due killer, Cohen e Tate, che hanno rapito il piccolo Travis, testimone di un omicidio: devono consegnarlo al loro capo, che vuole interrogare il ragazzino per capire che cosa sa. Cohen è anziano e sordo, al punto da portare un apparecchio acustico. Tate, al contrario, è ottuso e brutale, un vero psicopatico. Sull’auto in viaggio nella notte ci sono due lupi e un agnello, in apparenza. Ma la strada non perdona, rivela spietatamente ciò che sei: e se la tua natura è in fondo quella di un loser, anche un agnello può trasformarsi in un predatore.


Michele Pensato

LA CADUTA DEGLI UOMINI

  1. Barry Lyndon – l’ambizione.
  2. I duellanti – l’ossessione.
  3. Il Gattopardo – il declino.
  4. Ran – il potere.
  5. There Will Be Blood – l’avidità.

Alberto Scarinci

MEDITERRANEO

In questo periodo dell’anno in cui le città si svuotano, la mente di chi resta non può che vagare verso mete lontane dalla canicola urbana. E non c’è nulla che più rappresenti la bellezza e la lentezza del sentimento estivo dei paesi del Mediterraneo. Ma il Mare Nostrum ha comunque mille sfaccettature e mille storie diverse. Un mare che testimonia voglia di riscatto, dolore, cambiamenti sociali inevitabili ma anche tradizione, e che non è quindi riducibile solo allo spirito vacanziero come nell’immaginario di molti.

Per questo mi piacerebbe una mini-rassegna dedicata al Mediterraneo nelle sue diverse e diacroniche forme e rappresentazioni:

–          “Respiro” (Crialese, 2002). Film di roccia dura e acqua, di luce intensa e di dinamiche sociali e familiari lontane dall’immaginario dei turisti ospiti dei villaggi vacanze dell’isola di Lampedusa

–          “Mai di domenica” (Jules Dassin, 1960). Una commedia romantica leggera di un regista americano che comunque riesce a cogliere e rappresentare lo spirito di una città portuale come il Pireo, pur con qualche inevitabile cliché folkloristico, grazie soprattutto alla recitazione di Melina Mercuri che lascerà in eredità con questo film la famosa canzone “I ragazzi del Pireo”, il cui autore era stato ispirato nel comporla dalle poesie di Kavàfis

–          “La Piscina” (Deray, 1969). Un giallo psicologico che non ha bisogno di molte presentazioni. L’azzurro dell’acqua della piscina riflette la tranquillità del cielo estivo ma anche una tensione che si percepisce subito nell’aria e che sfocerà in un tragico omicidio. Film insuperabile i cui remake, o meglio opere derivate, in particolare quella di Guadagnino, non sono all’altezza della inquietudine narrativa e della recitazione dei protagonisti dell’”opera prima”

–          “Alcarràs” (Simón, 2022). Opera catalana che ci trasporta in una dimensione lontana da quelle della costa e della cosmopolita e rutilante Barcellona. Un film sulla memoria, sui cambiamenti socio-economici dell’ambiente rurale, sulle tensioni inevitabili anche all’interno di una piccola comunità, il tutto narrato dalla regista con distacco e discrezione perché non vuole fornire soluzioni ma preferisce che sia lo spettatore a immedesimarsi e a prendere posizione.  Meritatissimo Orso d’Orso a Berlino nel 2022.

–          “Non conosci Papicha” (Meddour, 2019). Film dell’altra sponda del Mediterraneo che ci racconta della voglia di emancipazione e riscatto delle giovani donne algerine in un periodo, gli anni ’90, di grande oscurantismo e repressione in Algeria. E ancora una volta il mar Mediterraneo fornisce un momento di evasione dalla dura realtà in una scena in cui la protagonista e le sue amiche, in spiaggia, parlano dei loro sogni prima di un catartico bagno in mare.


Gabriele Tarabusi

ATTRAVERSO LA NOTTE
(Cinque percorsi nel buio della città)

Ogni cosa è diversa: i luoghi, i percorsi, gli incontri e soprattutto i protagonisti, che, nel tempo di una sola notte, si trovano ad attraversare una città e uno di quei momenti della vita in cui le certezze vacillano. Tra eventi che non possono più controllare, sono chiamati ad affrontare le proprie vulnerabilità per cercare un punto da cui ripartire.

Perché vederli in sala? Il buio del cinema è il luogo naturale per vivere queste storie notturne: camminare al fianco dei protagonisti, smarrendosi nell’oscurità della città per poi riemergere, e forse ritrovarsi, alle prime luci dell’alba; o, nel nostro caso, fuori dalla sala.

Fuori orario (After Hours, M. Scorsese, 1985)
L’ansia dell’imprevisto.
L’odissea notturna di Paul per le strade di Soho, con il terrore di perdere il controllo della propria vita.

Ombre e nebbia (Shadows and Fog, W. Allen, 1991)
La paura dell’ignoto.
L’incubo surreale di un uomo anonimo e solo, tra i vicoli nebbiosi di una città europea d’altri tempi, dove il timore di ciò che resta nell’ombra trasforma ogni cosa in un labirinto di sospetti e insicurezze.

Eyes Wide Shut (S. Kubrick, 1999)
La disillusione.
Una crisi improvvisa guida la notte del Dottor Harford attraverso una New York che gli appare improvvisamente diversa e che lo costringe a mettere in discussione ciò che credeva di conoscere.

Victoria (S. Schipper, 2015)
Il bisogno di appartenenza.
La deriva notturna, in tempo reale, di una giovane ragazza a Berlino, in cui un incontro casuale si trasforma in un pericoloso vortice e in una disperata prova di vicinanza umana.

Ma nuit (A. Boulat, 2021)
Il dolore della perdita.
Una notte parigina in cui la giovane Marion trova, grazie a un incontro inatteso, o forse cercato, una strada diversa per provare a uscire dalla propria angoscia di vivere.


5 commenti su ““Scrivi la tua ideale rassegna cinematografica”

  1. Che bello essere qui e proporre arte.
    Vorrei dare la mia suggestione sulla proposta da me preferita: Roberta Marchelli, perché una delle qualità del cinema risiede nella sua capacità di portarci oltre il disagio e di darci nuovi occhi.
    Grazie ancora. Contenta di essere fra i finalisti

  2. Bravissimi tutti. Mi piace molto la proposta di Alberto scarinci. Anche per chi non può partire il cinema assolve anche alla funzione di fare viaggiare con la mente. Quindi perfetta una rassegna che proponga film sul nostro mare. Così vicino ma, a volte, per mille ragioni, irraggiungibile.

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