di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 7Regia: Kane Parsons
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell
Paese: U.S.A., Canada
Anno: 2026
Durata: 111 minuti


Gli spazi liminali (*) sono già da qualche anno un fenomeno di nicchia in grado di affascinare e turbare. Il giovanissimo regista Kane Parsons (classe 2005) ha già affrontato le suggestioni evocate da questi non-luoghi, caratterizzati dal ripetersi pressoché infinto di spazi vuoti, pareti giallastre, ronzio costante, in cui a fare rumore è soprattutto l’assenza umana, con il cortometraggio The Backrooms (Found Footage), pubblicato nel 2022 su YouTube, che ha goduto di una popolarità crescente fino a raggiungere qualcosa come circa 80 milioni di visualizzazioni. Nel passaggio dal piccolo al grande schermo (interessante questa inversione di tendenza, di solito succede il contrario), il rischio di perdere forza rispetto a un’idea tanto semplice quanto potente è grande, perché un film, soprattutto se mainstream, ha solitamente bisogno di personaggi in cui credere e di una narrazione con prologo, sviluppi e conclusioni. Il rischio è stato solo in parte arginato, perché è vero che alla fine ciò che vogliamo è perderci in spazi liminali, e nel passaggio dalla sgranatura delle riprese in found footage del corto, citato in apertura, alla perfetta definizione delle immagini successive, l’effetto è wow!, ma gli annessi e connessi non riescono a trasformare le relative implicazioni in un racconto del tutto riuscito. Il tentativo è però apprezzabile a partire dalle premesse essenziali: pochi personaggi, una progressione lenta che ci fa entrare nelle psicologie dei due protagonisti riuscendo a creare la giusta atmosfera, e un incedere ipnotico, soprattutto per la capacità di sfruttare bene le efficaci scenografie, fulcro della messa in scena.


Nulla di così innovativo, ribadiamo, con echi di Lynch, Kubrick, Tarkovskij, ma anche di The Blair Witch Project, e con un’estetica analogica/retro, pure questa derivativa, e da chi già derivava (Stranger Things in primis), che rievoca l’immaginario degli anni ’90 molto di moda in questo periodo. L’insieme, però, riesce in parte ad ammaliare, al di là della storia vacillante restano sprazzi di irrazionalità che perturbano, e c’è qualche momento di tensione ben costruito (la discesa del giovane commesso appeso a una fune) e alcune incalzanti sequenze in piena asettica luce al neon che angosciano (parte dell’inesorabile inseguimento, nel pre-finale, con una creatura che per un bel po’ non si capisce bene cosa sia). Poi gli sviluppi provano a prendere il volo, con la definitiva trasformazione di un luogo fisico in una sorta di spazio mentale, con tutti i traumi del caso, oggetto tra l’altro di studi scientifici, ma la sceneggiatura non riesce a imbastire una chiusa organica che sia non solo ad effetto, ma anche del tutto soddisfacente, e che sembra derivare più dalla difficoltà di far quadrare il cerchio che dall’obiettivo di lasciare consapevolmente alcune situazioni aperte. In ogni caso si tratta di un horror coerente con l’immaginario creato in rete che lancia schegge di inquietudine e si guarda con curiosità e interesse.
(*) Se volete qualche dettaglio in più sui termini tecnici legati agli spazi liminali e alla diffusione del fenomeno che li riguarda, potete cliccare qui. Insieme alla presentazione del film c’è un breve glossario.
