di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 5.5di Michael Gracey con Robbie Williams, Jonno Davies, Steve Pemberton, Damon Herriman, Raechelle Banno
Australia, Canada. U.K., U.S.A. – durata 134’

Un cantante carismatico e dalla forte presenza scenica, un regista che con la musica e ciò che le gira intorno ha dimostrato di saperci fare (The Greatest Showman, precedente regia di Michael Gracey, intrattiene piacevolmente), un’idea, alla base del progetto, originale e a suo modo rivoluzionaria. Un mix che sulla carta fa scintille, ma che purtroppo non funziona come si pensa e spera. Tolta infatti la trovata di rappresentare il protagonista Robbie Williams come uno scimpanzé ricreato digitalmente, l’approccio è super tradizionale, con un percorso di ascesa, caduta e risalita che poggia sui più triti stereotipi delle biografie di celebrità. Il fatto è che abbiamo visto decine di film con minime varianti in tal senso. L’ennesimo personaggio che non regge il peso del successo, si sente inadeguato, ha nodi irrisolti con la famiglia e si perde tra droghe e alcool, arriva quindi fuori tempo massimo per aggiungere qualcosa al noto o anche solo riuscire a interessare. La differenza la potrebbe fare, appunto, l’approccio, perché se è vero che tutte le storie sono già state raccontate, è anche vero che il modo di raccontarle può cambiare le cose, ma l’idea forte si rivela, ahimè, un boomerang.

Appurato infatti che la biografia di Robbie Williams non riserva grandi sorprese, e comunque se ci sono il film non ce le mostra limitandosi alle voragini emotive generate da un disagio interiore mai davvero risolto, affidare il grande carisma del cantante e ottimo performer a una sorta di avatar digitale finisce per demolirlo anziché valorizzarlo. Potrebbe funzionare come trovata per una canzone, un videoclip, o per ravvivare una sequenza, ma non riesce a reggere il peso di tutto un film. Dopo poco, infatti, viene lecitamente da domandarsi: ok, bella trovata, tecnicamente ineccepibile, ma Robbie Williams dov’è? È diventato un fenomeno mondiale per un motivo e limitare la sua rappresentazione a come ha dichiarato di vedersi lui priva il film di come lo vediamo noi. E non è una mancanza da poco che via via, anziché ridursi perché ci siamo abituati a vederlo come scimmia, progressivamente aumenta, perché vorremmo vederlo e non solo captarlo. Il corto circuito definitivo è quindi tra la elementarità della narrazione e un vuoto che diventa ingombrante. Poi, un paio di sequenze musicali sono meravigliose, Raechelle Banno che interpreta Nicole Appleton delle All Saints buca lo schermo, il finale conciliatorio induce alla commozione, ma il lungo minutaggio si sente tutto e il film lascia una sensazione di occasione tutto sommato sprecata.

