IL BARO-METRO: SGUARDI DALLA SALA (03/23_24) – PARTE 2 III TRIMESTRE STAGIONE 2023 / 2024  —  IL BARO-METRO: SGUARDI DALLA SALA (03/23_24) – PARTE 1 III TRIMESTRE STAGIONE 2023 / 2024

CIVIL WAR

Idea forte ma il film non convince

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

di Alex Garland con Kirsten Dunst, Cailee Spaeny, Wagner Moura, Stephen McKinley Henderson, Jesse Plemons, Nick Offerman

La guerra civile divide gli Stati Uniti, il caos impera e si cerca di sopravvivere a un mondo impazzito che ha perso le coordinate del vivere civile. Il film adotta lo sguardo di un gruppo di reporter che cercano la foto perfetta e sperano di trovarla nel Presidente degli Stati Uniti agonizzante o prima della fuga. Decidono quindi di andare contro corrente, non al fronte dove si combatte, ma a Washington dove il potere sta crollando. Partono da New York in auto sapendo che il cammino sarà irto di ostacoli. Più avanza il film più qualche cosa stride e lo si percepisce dal fatto che la brutalità costantemente esibita scorre e va senza lasciare traccia, insomma, di questo gruppetto male assemblato, di questa America divisa, di questa contemporaneità bruciante, finisce per importarci molto meno di quello che pensavamo. Sì, ci sono gli ottimi effetti sonori, le angolazioni di ripresa giuste per catapultarci nell’azione, ma non si va oltre.

E non dipende dal fatto che il regista e sceneggiatore non prende posizione, ci catapulta in medias res e si cura delle conseguenze del conflitto e non delle cause, anzi, l’idea è sulla carta molto interessante, ma dal fatto che il racconto procede, più che ambiguo, poco chiaro sul punto di vista da adottare. Dovremmo forse provare empatia per questi fotografi in cerca dello scoop di cui sappiamo solo che sono drogati di adrenalina, insulsamente spericolati e assuefatti alla violenza? Il vero problema, via via sempre più evidente, è proprio la mancanza di personaggi in cui credere e con cui confrontarsi.

All’inizio si pensa, e spera, che la distanza che si prova sia ricercata, una sorta di effetto paradosso dovuto a personaggi che cercano di rielaborare come possono la violenza e l’assenza di certezze in cui sono costantemente immersi chiedendo a noi spettatori di prendere posizione, di connetterci con l’assurdo finché siamo in tempo, ma poi nulla arriva a svoltare, non certo l’applicazione del teorema “shoot significa sia sparare che scattare foto e ognuno reagisce ai mali del mondo come può, chi sparando e chi fotografando”. Una riflessione sul ruolo delle immagini che suona come forzata lezione teorica e che si perde tra botti, sibili, motivazioni confuse dei personaggi e situazioni di cui si percepisce sempre la costruzione.

Narrativamente non mancano implausibilità (quel gettarsi dei reporter con noncuranza in mezzo a situazioni pericolosissime da cui escono sempre illesi) e incoerenze (la giovane fotografa che in un contesto di tensione costante balza pericolosamente sull’auto del primo reporter che passa mollando la sua macchina fotografica, vi par possibile?), fino a un finale banale e telefonato. Se quindi messa in scena e tecnica fanno il loro dovere, ciò che li dovrebbe supportare, quindi la costruzione di un racconto in cui credere con personaggi stimolanti, manca invece della necessaria solidità. E non pone nessun tipo di conflitto morale, dubbio o riflessione che faccia andare di traverso i popcorn o che sia in grado di accompagnarci dopo i titoli di coda.

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