I DIECI MIGLIORI DEBUTTI DELLA STAGIONE 2023/2024 ...fino ad ora...  —  QUESTIONE DI SCELTE gli equilibri sottili tra cinema e streaming

DUNE – PARTE 2

rapisce lo sguardo ma non il cuore

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Austin Butler, Florence Pugh, Dave Bautista, Christopher Walken, Stephen McKinley Henderson, Léa Seydoux, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling, Javier Bardem, Anya Taylor-Joy

Tutti pazzi per Dune – parte 2? Così pare. L’opera di Denis Villeneuve sembra infatti mettere d’accordo davvero tutti e intorno al film (effetti di un marketing aggressivo? assenza di blockbuster?) si è creata una sacralità che lo rende immune alle critiche, come se ogni dubbio fosse un atto di lesa maestà. Uscendo dal ginepraio delle intenzioni e delle critiche alla critica e non al film, si tratta di un’opera in linea con l’estetica del primo capitolo, ma anche molto diversa. Se infatti Dune aveva un approccio contemplativo ed era quasi un’esperienza sensoriale, con un impatto visivo potente e ipnotizzante, nella seconda parte azione e parole sono molto più presenti. Essendo la materia narrativa sempre più complessa, però, ogni dialogo assume costante valore esplicativo e concentra stati d’animo e svolte in poche battute dalla scansione meccanica, tra l’altro con toni enfatici che privano di anima i personaggi trasformandoli in mere pedine del racconto. Insomma, tutti si prendono tremendamente sul serio e l’approfondimento dei caratteri soccombe alla successione degli eventi raggelando ogni momento, anche quelli sulla carta più carichi di pathos, come la storia d’amore tra i due protagonisti, alla fin fine un episodio tra i tanti, mai davvero coinvolgente. In pratica ciò a cui assistiamo è un film bellico travestito da film di fantascienza. Si dirà che in fondo è sempre stato così, che il libro (che non ho letto) questo racconta, e sarà sicuramente vero, ma, saranno le derive del presente, o forse una certa stanchezza verso un approccio che vede solo e unicamente nella guerra il necessario epilogo di ogni conflitto, sta di fatto che quegli ordigni nucleari pericolosamente evocati hanno alimentato in me la sensazione di essere parte di un gioco a cui non ho voglia di giocare, come se il film fosse una sorta di lasciapassare popolare (di fiction) verso l’inevitabile (nella realtà). 

Accantonando le sensazioni e restando al cinema, ciò che si apprezza maggiormente è l’utilizzo degli spazi, aperti alla vastità del deserto o chiusi ma ugualmente enormi e sempre mostrati valutandone la fotogenia, mentre fede, profezie e prese di coscienza, faticano ad andare oltre agli slogan con cui sono raccontati. Funzionano anche alcune trovate (i corpi di chi è ucciso che cadono nel vuoto diventando a loro volta armi d’offesa, i vermoni rapidissimi mezzi di locomozione, il loro estratto bluastro che è veleno profetico), così come la cura dei dettagli scenografici, il design ricercato degli oggetti, i tagli di luce, la resa degli effetti visivi, la poderosità dei suoni, le contrapposizioni cromatiche. Più discutibili i costumi, non tanto il look postatomico dei Fremen, ancorché non particolarmente originale, quanto alcuni azzardi, per dire, l’imperatore Christopher Walken nel decisivo confronto finale sembra sempre pensare, a ragione, “ma che ci faccio conciato così?”. Gli attori sono un po’ spaesati, costretti per lo più in minutaggi limitati, a parte Zendaya, perennemente imbronciata, Austin Butler, di efficace perfidia, e Timothée Chalamet che regge bene il peso del protagonista e del suo evolversi. Insomma, nonostante la narrazione claudicante e l’assenza di emozioni, il grande spettacolo è garantito, ma le quasi tre ore si sentono tutte. Comunque sarei stato curioso di vedere i ragni botola in azione!!

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