HERE

Sperimentale, audace, ma ahimè fallimentare

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 5.5

di Robert Zemeckis con Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany, Kelly Reilly, Michelle Dockery

U.S.A. – durata 104′

Robert Zemeckis ha fatto la Storia del cinema: Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Forrest Gump, sono lì, tra gli altri, a ricordarci la sua capacità di sperimentare utilizzando al meglio la tecnologia, per un cinema al contempo d’autore e popolare. Con Here ambisce a mettere in scena il tempo e il suo scorrere incessante e inesorabile, indifferente a tutte le gioie e miserie umane, non più determinanti di un battito di ciglia nella vastità del creato. Per farlo traspone l’omonima graphic novel di Richard McGuire e concentra l’azione in un fazzoletto di terra prendendolo in esame dalla preistoria ai giorni nostri. L’inquadratura, tranne nel finale in cui qualcosa cambia, è fissa sul salotto di una casa che ospita differenti tracce di vita nel corso dei secoli, concentrandosi soprattutto su un nucleo familiare, dove una giovane coppia nel dopoguerra si sposa e mette su famiglia e dove i figli diventeranno a loro volta genitori per poi invecchiare compiendo il più classico ciclo della vita. Idea struggente che induce alla commozione già nel momento in cui la si scrive, eppure ciò che sulla carta promette meraviglie, sul grande schermo non funziona.

Un primo problema è la frammentazione in più microstorie a spasso nel tempo di diverso spessore, tra cui si passa attraverso un montaggio a scorrimento (all’inizio interessante e creativo, alla lunga sfinente), perché non vengono sviluppate a sufficienza, disperdono l’interesse e aggiungono poco all’idea di partenza. Il secondo problema è soprattutto di scrittura (la sceneggiatura è dello stesso Zemeckis insieme all’acclamato Eric Roth). Nei siparietti familiari che caratterizzano il nucleo principale della narrazione, ma anche negli altri, non si trova infatti il giusto, difficilissimo, equilibrio tra il voler rappresentare l’anonimato di giornate qualunque e il dover riassumere ampie porzioni di vita in poche battute, per cui da un lato succedono cose che non interessano a nessuno, perché prive di un prima e di un dopo, e dall’altro si forzano i dialoghi in modo da infilarci dentro rapporti di parentela e riferimenti temporali, cioè le coordinate narrative per indirizzare lo spettatore. Il risultato è che tutto suona fasullo e posticcio, soprattutto gelido, distante, meccanico, incapace di creare la benché minima empatia. Insomma, di questa coppia, dei suoi problemi e delle sue relazioni finisce per importarcene davvero poco.

Non aiuta il ringiovanimento digitale, rispetto a The Irishman di Martin Scorsese sono stati fatti passi avanti da gigante, ma l’effetto, nella sua lucida e levigata perfezione, ha comunque qualcosa di stridente e sembra più derivare da un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale che dalla recitazione di attori in carne ed ossa. Difficile quindi valutare l’interpretazione di Tom Hanks e Robin Wright perché non si capisce mai quanto siano loro e quanto il loro avatar digitale. Sullo stesso tema risultava molto più straziante un film invece snobbatissimo come Le sorelle Macaluso di Emma Dante, in cui bastava una casa svuotata, con i segni sul muro lasciati dai mobili che l’hanno abitata per più generazioni, per comunicarci tutto lo sgomento del constatare la fuggevolezza di un tempo passato e destinato a essere dimenticato. Qui, invece, le intenzioni hanno bisogno di essere continuamente spiegate e l’idea forte e suggestiva finisce per mangiarsi il film.

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