IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA

La superfice di un disagio

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 6

di Margherita Ferri con Samuele Carrino, Claudia Pandolfi, Andrea Arru, Sara Ciocca, Corrado Fortuna

Italia, 2024 – durata 121′

Nell’interessante Zen sul ghiaccio sottile la regista bolognese Margherita Ferri affrontava con sensibilità tematiche come l’identità di genere e il bullismo ed è quindi una scelta perfetta per mettere in scena la storia di Andrea Spezzacatena, il quindicenne che nel 2012 si tolse la vita dopo aver subito atti di bullismo e cyberbullismo da parte di alcuni compagni di scuola. Il tema è spinoso e difficile da trattare, il rischio è quello di trasformare il film in una sentenza con il peso di una tesi da dimostrare. La regista, coadiuvata dalla sceneggiatura di Roberto Proia, ci riesce solo in parte. È comprensibile la volontà di puntare al grande pubblico, quindi all’intrattenimento, ponendo l’attenzione sugli aspetti positivi del racconto e lasciando in secondo piano il nero delle decisioni traumatiche e definitive, ma la scelta di optare per una commedia gentile non trova il contraltare di una scrittura in grado di dare ai personaggi adeguato spessore. È molto, troppo, lineare il percorso del protagonista, i rapporti causa effetto sono chiari, ogni azione determina una conseguenza, vittime e carnefici sono subito evidenti, sembra per buona parte un ordinario teen movie incline alle mezzetinte, ritmato e innocuo. Il protagonista è solare e positivo, ha una famiglia che lo adora e gli dedica attenzioni, nonostante i genitori si stiano separando e combattano le proprie battaglie personali, un fratellino (che poi scompare per tutta la parte centrale) con cui è molto protettivo, un’amica del cuore fin troppo complice e tantissimi interessi (canta, suona, è pure un cinefilo rigoroso).

Per come è costruito il personaggio, per la consapevolezza di cui viene investito, per l’arguzia che lo contraddistingue, la svolta finale arriva improvvisa e poco coerente. E la poca credibilità, la stonatura, derivano dal fatto che il magma indistinto delle pulsioni resta inesplorato, non sembra mai avere peso, mentre spesso è proprio dai non detti, per cui non si trovano le parole, che le ansie sfociano in gesti estremi; solo una volta si cita in modo esplicito la sessualità come un possibile problema (“ho fatto io quello che non puoi fare tu”, dice il bullo al protagonista riferendosi all’atto sessuale compiuto nei confronti dell’amica del cuore), per il resto si galleggia in superficie. Una superficie brillante e patinata, con attori in parte ed espressivi, in grado di evidenziare il problema ma non di abbracciarlo fino in fondo, di mostrarlo nelle conseguenze estreme ma non andando alle radici del malessere.

Efficace, quindi, ma forzata, la chiusa tragica, impostata con il chiaro intento di commuovere (e ci riesce), ma senza un’ombra, un’inquietudine, un guizzo di lucida follia a incrinare l’apparente geometria delle cose. In tal senso la stessa voce fuori campo del giovane protagonista defunto, novello William Holden in Viale del tramonto, finisce per essere stridente, perché glissa sull’oscuro e sdrammatizza, parlando, come tutto il film, alla pancia; per cui si empatizza, si pensa “povero ragazzo”, ma non si va oltre il constatare, dopo, ciò che non si riesce a capire, prima. Quel dolore e tutta l’irrazionalità di cui è ammantato (un amore non corrisposto? un’omosessualità non accettata? una fascinazione a stretto confine con l’ossessione? una madre troppo esigente?) restano un mistero da cui il film si tiene a distanza preferendo imbastire un racconto, anche aggraziato, capace di parlare alle giovani generazioni, e questo è un plus importante che gli va riconosciuto, ma privo di reale complessità.

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