IO SONO LA FINE DEL MONDO

Essere cattivi non basta

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 5

di Gennaro Nunziante con Angelo Duro, Giorgio Colangeli, Matilde Piana, Marilù Pipitone, Evelyn Famà

Italia 2025 – durata 96’

Dopo essere diventato personaggio televisivo e teatrale, grazie soprattutto a “Le iene”, alla partecipazione al festival di Sanremo e facendo il tutto esaurito con il suo spettacolo “Perché mi stai guardando?”, Angelo Duro arriva al cinema. La sua principale caratteristica è quella di porsi in modo tutt’altro che conciliante facendo di ruvidità, cinismo e scorrettezza il suo marchio di fabbrica. Da lui ci si aspetta che sia indisponente e oltraggioso, in modo da smascherare, con tono fermo e approccio imperturbabile, le ipocrisie del nostro fragile rapportarci all’insegna delle buone maniere (no, non userò il termine “politicamente corretto”, perché è diventato un calderone confuso di tutto ciò che non è volgare e offensivo). Sta proprio lì la causa del suo successo: dice quello che noi (presumibilmente) pensiamo ma non abbiamo il coraggio di dire. La curiosità è quindi soprattutto di vedere se fuori da un palco, in cui è da solo in scena, mantiene la sua carica eversiva, o se nel rapportarsi con altri personaggi finisce per ammorbidirsi o trovare ostacoli. Ecco, chiariamolo subito, nel passaggio dal piccolo al grande schermo Angelo Duro non si addomestica e resta fedele al personaggio che si è costruito, ma la domanda che sorge subito spontanea è: essere coerenti è sufficiente per fare un film riuscito? Ahimè, no.

Il problema di fondo dell’opera di Gennaro Nunziante, a suo agio con personaggi televisivi in trasferta al cinema (da Checco Zalone, di cui ha diretto tutti i film a parte Tolo Tolo, a Fabio Rovazzi e Pio e Amedeo), è che se Angelo Duro è fedele a se stesso, tutti i personaggi che gli gravitano intorno sono invece piegati a lui in modo da annullarsi per consentirgli di portare a termine il suo teatrino; sono quindi una sua derivazione, o proiezione, nel senso che si comportano esattamente come devono per permettergli di dominare la scena e uscirne sempre con l’ultima parola. È lì che la sceneggiatura perde gradualmente spessore fino ad appiattirsi. Non era male l’idea di un figlio che si trova nella situazione di doversi prendere cura dei genitori, ormai anziani, e ne approfitta per vendicarsi di tutti i (presunti) torti subiti quando era giovane e in casa con loro, rivelandone la grettezza. La formula, però, si ripete con poche varianti attraverso scherzetti sempre più cattivi che non cambiano di una virgola l’approccio all’acqua di rose, e fondamentalmente ottuso, dei genitori nei suoi confronti. Ok, siamo in una commedia, se fossimo in un thriller, o in un horror, o anche nella vita vera, sarebbe un caso di cronaca nera, invece il film prova a mantenersi sul filo sottile della satira della contemporaneità, ma fatica a trovare un equilibrio, soprattutto a rendersi credibile, o comunque plausibile.

Tra le punte più basse, in tal senso, il protagonista che al primo appuntamento schernisce il figlio della ragazza con cui esce perché obeso e lei si stupisce un attimo ma poi è come se nulla fosse accaduto, anzi, si lega sempre di più a lui. È un po’ questo il limite maggiore del film, quello di costruire “cose molto cattive” smorzandone ogni possibile implicazione in nome della gag. Non c’è una escalation emotiva connessa al protagonista e a chi gli ruota intorno, ma la semplice riproposizione dello stesso schema che non porta a nessuna nuova consapevolezza. Abbastanza tragica la rappresentazione della figura femminile, con donne che, non si capisce bene perché, trovano il protagonista irresistibile (il medico), o sono incapaci di prendere in mano la propria vita (la sorella), o farebbero di tutto per avere un anello al dito (la precedente fidanzata), ma probabilmente questa è la visione misogina del protagonista e in questo senso è coerente con ciò che vuole comunicare. Se quindi il personaggio, piaccia o meno, funziona, ciò che invece ne risente è l’assenza di confronto con una realtà che si limita ad assecondarlo senza alcuna motivazione logica che non sia il protrarsi dell’azione all’insegna della resa comica. Scelta che ovviamente depotenzia il personaggio rendendolo tutto sommato innocuo. Se ferisci, infatti, un pochino di male lo devi fare. E se lo fai, difficile fare come se niente fosse.

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