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KILLERS OF THE FLOWER MOON

Il cinema "bigger than life" di Martin Scorsese

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone, Louis Cancelmi, Jesse Plemons, John Lithgow, Brendan Fraser

Martin Scorsese (de)costruisce un’altra pagina di Storia americana, privandola di tutta la retorica con cui il mito ce l’ha tramandata. Per raccontare la nuova epopea mette in scena il saggio “Gli assassini della terra rossa” di David Grann che fa rivivere gli anni ‘20, in cui la popolazione più ricca d’America era rappresentata dagli indiani Osage dell’Oklahoma. La vita dei nativi americani, confinati in un territorio desolato e poco ospitale, era cambiata radicalmente con la scoperta del petrolio che li aveva arricchiti enormemente e resi prede facili di bianchi senza scrupoli, disposti a tutto pur di accaparrarsi i profitti dell’oro nero. Il film combina generi differenti, dal western di frontiera al thriller, soffermandosi sul momento in cui vari indiani scompaiono misteriosamente o vengono trovati morti. Per passare dal macro al micro affronta le dinamiche tra un avido boss locale e suo nipote, reduce dalla Prima Guerra Mondiale e completamente assuefatto al carisma dello zio. Il ragazzo sposerà una nativa spinto dallo zio che vuole mettere le mani sui suoi ingenti averi, ma è anche animato da un sentimento sincero; su questa ambivalenza si svilupperà buona parte della vicenda.

La prima cosa che salta agli occhi è la capacità del regista di ricreare un’epoca, attraverso un impianto visivo sontuoso e una coralità fatta di molti tasselli che gradualmente si intersecano dando vita a un cinema bigger than life, in cui tu spettatore hai il privilegio di immergerti in un grande affresco storico stando comodamente seduto in poltrona. Il soggetto è potentissimo, il racconto solido, la mano di Scorsese quanto mai abile nell’approfondire ammantando di ambiguità i personaggi, con un tappeto sonoro costantemente presente che carica di tensione ogni confronto. L’unico problema è che per dare vita alla sua visione il regista impiega più tempo di quello che si è soliti concedere alla visione di un film. Tre ore e mezza sono tante e purtroppo finiscono per sentirsi, soprattutto nella seconda parte che amplia e divaga anziché condensare, ribadendo quanto già ampiamente detto e finendo per risultare ridondante. Una decisione sicuramente consapevole, Scorsese non è certo uno sprovveduto e la sua pare una scelta di campo per distaccarsi da ogni possibile algoritmo o ragione commerciale e ancorare il film al suo imprescindibile sentire, ma anche penalizzante per l’esito complessivo. Continuo a pensare che la carta bianca lasciata dalle piattaforme streaming agli autori che assolda (e Scorsese è passato dai 209 minuti di The Irishman per Netflix ai 206 minuti di questo per Apple) non sia per forza un bene e un produttore che impone scelte, anche dolorose e a scapito dell’autorialità, possa invece giovare al risultato finale. Leonardo DiCaprio e Robert De Niro sembrano andare con il pilota automatico, è un piacere vederli recitare, ma dal vivere il personaggio al gigioneggiare il passo è breve. Finalissimo brillante e di grande estro, con un cameo dello stesso Scorsese.

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