di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 6Titolo originale: Project Hail Mary
Regia: Phil Lord e Christopher Miller
Interpreti: Ryan Gosling, Sandra Hüller, Milana Vayntrub, Ken Leung, James Ortiz
Paese: U.S.A.
Anno: 2026
Durata: 156 minuti

Il mondo, soprattutto quello del cinema, è pieno di strane coppie, personaggi male assortiti che le circostanze costringono a far convivere; in L’ultima missione: Project Hail Mary, tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir (lo stesso di The Martian, e si vede), si alza la posta. A dovere imparare a relazionarsi sono infatti un insegnante di scuola media con un dottorato in biologia molecolare che si improvvisa, non per sua volontà, astronauta, e un alieno con le sembianze di una sorta di ragno di roccia. A separarli tante cose, prima di tutto la diversa aria che respirano, ma anche l’assenza di un linguaggio comune. Se l’idea, non particolarmente originale, offre comunque molteplici spunti (di interesse, riflessione, intrattenimento), l’approccio adottato dai due registi statunitensi, celebri per avere sceneggiato i due Spiderman animati e diretto i due Jump Street (21 e 22) e The LEGO Movie, personalizza la materia fantascientifica alla base del racconto sdrammatizzandola costantemente e puntando al lato umano e all’ironia. Il cinema, si sa, è questione di sintonia e questa atmosfera forzatamente leggera in un contesto a un passo dall’apocalisse suona subito stridente. Ma perché mai tutti fanno battutine poco riuscite mentre il mondo sta per andare incontro alla sua fine? La situazione non cambia con l’andirivieni temporale previsto dal film che procede attraverso flashback che spiegano progressivamente ciò che sta succedendo al protagonista che abbiamo visto all’inizio risvegliarsi come unico superstite di un’astronave fluttuante nello spazio.


L’andamento segue uno schema che si ripete più volte fatto di grandi difficoltà che attraverso la calma e la logica si riescono sempre ad affrontare positivamente. Non c’è ostacolo che con quattro calcoli incomprensibili e due termini tecnici non si possa superare, passando da morte certa a trallallero trallallà, senza che nulla sembri scuotere davvero i personaggi e noi con loro. Se non si preoccupa troppo il protagonista, perché dovremmo farlo noi? La ripetitività non giova agli sviluppi, e al minutaggio, perché l’assenza di tensione toglie mordente all’azione. Stride anche la teutonica Sandra Hüller, utilizzata, quasi sempre a salve, con consapevole imperturbabilità per disinnescare la grevità del personaggio; a suo agio invece Ryan Gosling, perfetto nel dare candore al protagonista, caratterizzato però senza dettagli in grado di farcelo davvero comprendere e, alla luce di ciò che sappiamo e vediamo, più sociopatico che antieroe dal cuore d’oro. Nel complesso un’opera molto curata visivamente e negli aspetti tecnici, con un plauso particolare alla colonna sonora di Daniel Pemberton che cerca il senso di meraviglia, ma anche prevedibile, smielata e con poca verve nonostante insegua sempre la battutina sdrammatizzante. Come sempre, dicevamo. è questione di sintonia, c’era anche chi in sala si sbellicava dalle risate e chi alla fine piangeva. Io, pur riconoscendo un apprezzabile approccio personale, ne ho trovata poca.

