di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 5di Dave G. Derrick Jr., Jason Hand e Dana Ledoux Miller
U.S.A. 2024 – durata 100’


Diciamolo, se non fosse per la maestosità visiva, i prodigi della tecnica e l’incredibile capacità di plasmare i pixel trasformandoli in materia viva e pulsante, il seguito di Oceania, il riuscito 56° Classico Disney del 2016, sarebbe stato un direct-to-video, alla pari di quei modesti sequel dei grandi Classici che sono stati prodotti dai DisneyToon Studios, ora chiusi, tra la seconda metà degli anni ’90 e i primi anni del terzo millennio (uno dei punti più bassi, a livello artistico, del colosso statunitense). La cosa si spiega analizzando la genesi del progetto, nato inizialmente come serie tv e poi modificato come lungometraggio per il cinema in corso d’opera, probabilmente con l’idea di battere velocemente cassa e consolidare l’immaginario polinesiano in vista del live-action di Oceania, in arrivo nel 2026. Sta di fatto che nulla di ciò che si vede in questo sequel va oltre l’ammiccamento alla fan-base, prendendo come target di riferimento bambini piccoli e genitori distratti in pausa dalla spesa all’ipermercato, con una storia che è solo un pretesto per consentire ai personaggi di muoversi esagitati senza un reale perché che non sia cercare la gag facile facile. Fare i simpatici, però, non significa esserlo, e gli unici che ci cascano sono appunto gli infanti che ogni volta che compare in scena il gallo ridono a crepapelle.


Davvero niente è in grado di smuovere il benché minimo interesse, infatti non si partecipa mai al sentire dei personaggi, ai loro obiettivi, speranze e timori, perché tutto si riduce a sketch puerili e inutili sequenze di azione. Ritmo ovviamente indiavolato, teso a stordire, buoni sentimenti in saldo e morale spiccia e appiccicata con lo sputo. “C’è sempre un’altra via” è questa volta il mantra, ripetuto allo sfinimento per giustificare le scelte insensate dei personaggi che si lanciano gaudenti nel pericolo senza preoccuparsi minimamente delle possibili conseguenze, abbinato a un non meglio motivato bisogno di condivisione con altri popoli all’insegna della più elementare e mai problematica integrazione. In mezzo alla successione di eventi inutilmente complicati che si susseguono in modo meccanico accade che le canzoni, un po’ punto debole del primo film, perché interrompevano una narrazione invece in grado di coinvolgere, funzionano invece meglio, perché, pur non essendo memorabili, liberano la creatività degli animatori che, non dovendosi preoccupare troppo di cercare coerenza e plausibilità, danno vita a sequenze nonsense moderatamente spumeggianti. Resta quella cosa da non dare per scontata che è la fluidità dell’animazione, con l’acqua che si può quasi toccare, i capelli che si vorrebbero accarezzare e i dettagli che sembrano a portata di mano. Non è poco, ma visti gli esiti soporiferi, non è abbastanza, comunque insufficiente a coprire l’idea che si tratti di tre episodi di un’abortita serie tv tirati a lucido per essere venduti come sequel.

