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PERFECT DAYS

Wim Wenders e il suo Giappone

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

di Wim Wenders con con Kôji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada

Premessa: sono molto felice del successo che il film sta avendo perché esce dal mainstream e attira il pubblico verso qualcosa di personale e particolare, e lo consiglio perché ogni cosa va filtrata attraverso la propria sensibilità, però mi sembra un film in cui l’entusiasmo che percepisco deriva in gran parte dal bisogno dello spettatore di entusiasmarsi. Insomma, non ci ho creduto tanto, comunque non del tutto, o come avrei sperato, ma cerco di spiegarmi meglio. Mi pare uno di quei casi in cui un film arriva a toccare nervi scoperti della contemporaneità: il bisogno di sentirsi centrati, apprezzare le cose apparentemente piccole, capire cosa ci fa stare bene e cosa invece ci getta in quel magma indistinto a cui non sappiamo esattamente che nome dare ma che abbiamo chiaro in mente per le conseguenze di malinconia e cupezza che ci procura. Tutti aspetti che il film affronta solo lateralmente. Mi spiego ancora meglio e per farlo parto dalla fine (tranquilli, nessuno spoiler). Si tratta infatti di uno di quei film, e capita ogni tanto, in cui un bellissimo finale ci illude di avere visto qualcosa che in realtà abbiamo solo intravisto e che abbiamo finito per costruire soprattutto noi. È infatti nel toccante momento conclusivo che lo straordinario attore protagonista, Kōji Yakusho, infonde reale problematicità al personaggio uscendo dal santino che ci ha accompagnato per le due ore precedenti, dove è stato una sorta di contenitore che per almeno un 70%, forse più, è costruito a immagine e somiglianza del suo autore, e per lo spazio restante è invece specchio in cui crediamo di rifletterci, voce quindi di quello che decidiamo noi di attribuirgli, soprattutto tutta la retorica della felicità nelle piccole cose di cui, in un’epoca di estremizzazione del divario sociale dove la ricchezza viene costantemente ostentata e sembra l’unico valore possibile, abbiamo tanto ma tanto bisogno. Da una parte quindi Wim Wenders e la sua visione analogica del presente, con un bagaglio culturale che diventa quello del protagonista attraverso le musiche giuste, i libri giusti, le fotografie giuste. Dall’altra noi, affascinati da una poesia del quotidiano che nella vita vera stentiamo a trovare e quindi incuriositi, con una punta di snobismo, dalla dedizione del protagonista al suo umile lavoro di pulitore dei bagni pubblici di Tokyo, e affascinati dalla cura che mette in tutto ciò che fa, che non è nulla di particolare, ma è ragionato e goduto, che sia annaffiare le piantine, farsi la barba o guardare il cielo con stupore ogni mattino.

Percepire il protagonista come un contenitore, di Wim Wenders e di ciò di cui abbiamo bisogno, non aiuta a renderlo vivo e pulsante, lo trasforma infatti in un simbolo privo della carne e del sangue di cui tutti i personaggi, per essere credibili, hanno bisogno. A incidere sul suo percepito è anche il poco che apprendiamo di lui. Non si tratta infatti, come potrebbe sembrare all’apparenza, di una persona di umili origini che ha trovato nella cultura e nell’arte un grande aiuto per sentirsi appagata, vivendo con semplicità di attimi e facendosi esempio concreto di interi manuali di mindfulness, ma di una persona (e lo capiamo chiaramente dal breve incontro con la sorella) nata in una famiglia benestante e problematica che con tutta probabilità ha studiato, avendo modo di coltivare i propri interessi culturali e artistici, e ha poi deciso, per motivi che non vengono esplicitati, di trovare rifugio e gratificazione in un minimalismo diventato stile di vita. Buttare lì alcune schegge narrative senza approfondirle limita un po’ l‘impatto del personaggio e non mette a tacere uno spirito giudicante, perché se il “qui e ora” cerca la poesia nel quotidiano, capire come ci si è arrivati a quel quotidiano renderebbe più chiara la maturazione del personaggio e delle sue scelte, anche più vero e a fuoco il personaggio stesso. Per rimpolpare il soggetto vengono poi inseriti, con eccesso di occidentalizzazione, personaggi di contorno, a volte un po’ macchiettistici, figli dello stesso sguardo dimostrativo del suo onnipresente autore (quella nipotina in fuga che tira fuori da non si sa dove la macchina fotografica ricevuta in dono dallo zio, ovviamente analogica, e alla sera si mette a leggere con interesse un libro, quella ragazza che resta affascinata ai limiti dell’ossessione dall’audiocassetta trovata in auto, quella libraia che ha uno slogan ficcante per ogni libro che vende, quella donna che gestisce il pub e si mette a cantare “The House of the Rising Sun”, quel malato terminale che si interroga sullo spessore delle ombre sovrapposte). Alla fine diventa quindi tutto un po’ posticcio e pretestuoso, poco spontaneo, come se a parlare fosse sempre e solo Wim Wenders che ci fa la lezione e non dei personaggi vivi e pulsanti, e se torniamo a casa felici, o crediamo di farlo, è per il bellissimo finale e soprattutto per un motivo: vogliamo crederci.

2 commenti su “PERFECT DAYS

  1. Capisco benissimo ciò che dici e le impressioni che il film ti ha trasmesso.
    A me è piaciuto molto, sia il ” detto ” che il ” non detto ” . Con sapienza registica magistrale i gesti del protagonista ci svelano il suo amore per la vita quotidiana, umile e gentile ; non è rinchiuso in sé stesso, è disponibile con le persone, lontanissimo da ogni frustrazione o senso di rivalsa ed è pronto, con le sue poche misurate parole, con il suo sguardo, con le sue azioni, ad entrare in contatto con il mondo. Con il quale è in pace, in cui si trova bene. E tutto questo ci rimane, ci viene regalato. Grazie anche alla indeterminatezza e al ” non detto ” della sua vita. Che, in tal modo, diventa anche la nostra.

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