di Luca Baroncini (pubblicato in data )
Voto: 8Regia: Óliver Laxe
Interpreti: Sergi López, Bruno Núñez, Stefania Gadda, Joshua Liam Herderson, Richard Bellamy
Paese: Spagna, Francia
Anno: 2025
Durata: 120 minuti


Siamo sull’orlo del precipizio. Il mondo è una polveriera pronta a esplodere. Le news quotidiane ce lo illustrano in continuazione, basta un attimo e tutto potrebbe cambiare irreparabilmente per sempre. Ce lo ha ricordato in questa stagione cinematografica anche Kathryn Bigelow con il sottovalutato A House of Dynamite e ora, con un approccio diverso, ce lo ribadisce il regista Óliver Laxe, spagnolo ma nato a Parigi dove ha vissuto i primi sei anni di vita, che con Sirât, prodotto anche dai fratelli Almodovar, ha vinto a Cannes il Premio della Giuria. Non a caso il termine Sirât indica nella religione islamica quel ponte sottilissimo, teso sull’Inferno, che ogni persona dovrà percorrere nel Giorno del Giudizio per raggiungere il Paradiso. Il film ci mostra quel percorso. Non esistono premesse nella visione di Laxe, ma solo il qui e ora. Il film si apre con un rave nel deserto. Siamo da qualche parte in Marocco e sequenze ipnotiche di musica e corpi in movimento ci introducono a un racconto, quello di un padre con il figlioletto e il cane alla ricerca della figlia scomparsa da cinque mesi, che è un mero pretesto narrativo solo inizialmente centrale. Forze militari irrompono nel raduno e notizie alla radio lasciano intendere che una guerra mondiale sia alle porte. La fuga verso le montagne alla ricerca di un nuovo rave sembra un’alternativa possibile; comincia così un viaggio difficile, irto di ostacoli e con inaspettate solidarietà in cui, chi ce la fa, approderà a nuove consapevolezze.


È un film di immagini e di suoni più che di fatti e di parole, un’esperienza ai limiti del lisergico, con una tensione costante e deflagrazioni improvvise, fitto di riferimenti cinematografici, da Climax di Gaspar Noè per come allerta i sensi, alle derive postapocalittiche di Mad Max Fury Road, ma ci sono echi anche delle Vite vendute di Henri-Georges Clouzot e della dosata crudeltà di Land of Mine di Martin Zandvliet. Il viaggio è catartico per i personaggi, meno per lo spettatore, perché un senso di impotenza e di pericolo imminente ti si appiccica addosso lasciando una scia di pensieri e considerazioni che non si esaurisce con la visione. Quel treno che scorre veloce con destinazione ignota con cui si conclude il film ci ricorda con efficacia una semplice verità: potremmo essere tutti migranti se le condizioni intorno a noi dovessero cambiare. E i presupposti perché questo accada purtroppo non sono così remoti. Cinema che riflette a modo suo sulla contemporaneità e fa bum! sconvolgendo ulteriormente le nostre già deboli certezze.

