TRAP

Solido intrattenimento, anche se comincia meglio di come finisce

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 7

di M. Night Shyamalan con Josh Hartnett, Hayley Mills, Alison Pill, Saleka Shyamalan, Kid Cudi

U.S.A. 2024 – durata 106’

M. Night Shyalaman è uno dei pochi registi che portano avanti con determinazione e successo una poetica sperimentale e ai confini della realtà. I film se li scrive, dirige e co-produce facendosi spazio in un mercato sempre più omologato; uno dei casi, sempre più rari, di cinema medio, oggi dalle sale quasi scomparso. È anche un autore divisivo, con un coro cinefilo urlante e fieramente schierato pro e contro. A ogni suo film sui social è un alternarsi di “Evviva il cinema teorico e concettuale!” ed “È tutto un bluff!”. In mezzo tutti gli altri, per fortuna più ragionevoli, che apprezzano senza isterie, con meno ideologia e più aderenza a ciò che hanno effettivamente visto.

Ogni opera di Shyamalan gode di un soggetto esplosivo che incuriosisce moltissimo, ma, parere ovviamente personale, non sempre il “come” seducente sta al passo con il “cosa”, a volte non all’altezza delle lecite aspettative. Non fa eccezione Trap che parte benissimo, perché il regista indiano naturalizzato statunitense sa come si racconta una storia e costruisce premesse interessanti dosando con cura la progressione del racconto e giocando in modo suggestivo, anche creativo, con la gestione dello spazio limitato dell’azione (che sia un palazzetto per concerti o un bagno). Già il fatto che un serial killer vada al concerto di una celebrata popstar con la figlia dodicenne stuzzica assai, così come adottare, almeno nella prima parte, il punto di vista del cattivo, un padre amorevole che è anche uno spietato assassino. Ci viene costantemente il dubbio se parteggiare per lui oppure no e il regista sembra divertirsi molto a punzecchiare le nostre certezze morali.

Il problema è che, come spesso accade nei suoi film, alza costantemente la posta fino a raggiungere un punto di non ritorno in cui fatica a districarsi. Tutta la parte finale, infatti, pur eccitandoci per la capacità di osare rilanciando più volte il racconto, scricchiola costantemente sotto il peso delle incongruenze. Shyamalan è un bravo prestigiatore e, anche se non crediamo più di tanto agli sviluppi narrativi, stiamo al gioco perché riesce a spiazzarci. Dietro l’effetto, però, l’impalcatura traballa in più momenti e la credibilità ha cedimenti. Apprezzabile, quindi, perché intrattiene a dovere, ma con una seconda parte meno efficace, e non per l’assenza di un plot twist d’impatto, anzi, di colpi di scena ce ne sono.

Il redivivo Josh Harnett ha quello sguardo un po’ così che riesce a insinuare il dubbio, almeno all’inizio, poi anche lui fatica a reggere il peso delle scorciatoie narrative di cui è protagonista. Il film è anche un grande endorsement del regista nei confronti della figlia Saleka, cantautrice di R&B, che non sfigura nel ruolo della cantante Lady Raven, dal cui concerto tutto parte. Anche vedere il lato umano di una celebrità (la popstar che da pretesto narrativo diventa parte dell’azione e deve sporcarsi le mani) è aspetto inconsueto che conferma l’originalità di approccio del regista. Nell’insieme si guarda quindi volentieri, anche se si esce dalla sala divisi in due, piacevolmente stimolati, ma anche un po’ delusi. Del resto è Shyamalan, quindi prendere o lasciare. E, nel complesso, avercene di film così che non mollano la presa.

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