TRE CIOTOLE

È sempre questione di sensibilità e Isabel Coixet ha l'approccio giusto

di Luca Baroncini (pubblicato in data )

Voto: 7

di Isabel Coixet con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Silvia D’Amico, Galatéa Bellugi, Francesco Carril

Italia 2025 – durata 120′

Quanta vita c’è in un film che parla della fine di un amore e di morte. Un sentimento gioioso si fa strada gradualmente trovando uno spazio sempre più rilevante mentre discussioni, silenzi e referti incasinano la vita di Marta, poco incline al compromesso e fedele a se stessa e alle sue stonature, a cui Alba Rohrwacher, perfettamente in parte, regala la sua sensibilità interpretativa, aprendo varchi di comprensione a un personaggio abbastanza respingente. Non ci sono psicologismi nello scavo della protagonista, solo il qui e ora di una donna con sempre meno tempo a disposizione per ritrovare la parte più intima di sé, quella che le consuetudini e la routine, anche affettiva, hanno finito per imbrigliare. Non è una storia certo nuova, la malattia come opportunità di scoperta di se stessi e riscoperta di ciò che si era dimenticato, ma la regista spagnola Isabel Coixet, non nuova nella messa in scena del dolore (pensiamo a La mia vita senza me), riesce a costruire un percorso fatto di piccole tracce di consapevolezza, in cui il cibo è cartina di tornasole dell’anima, indugiando il meno possibile sugli eventi per indagarne soprattutto premesse e conseguenze. Non assistiamo alla rottura, non vediamo la morte, scelte felici di sceneggiatura, ma capiamo a che cosa hanno portato, come hanno condizionato il sentire della protagonista e dei personaggi che le ruotano intorno.

Trovata la sintonia con la protagonista e il suo essere Marta si accettano quindi anche alcuni espedienti narrativi che potrebbero apparire didascalici (le due ragazze autolesioniste nel bagno della scuola, il cartonato del cantante k-pop con cui dialogare) ma che invece concorrono a caratterizzare l’evoluzione della vicenda. Tra le scelte felici anche quella dei flashback in superotto, molto efficaci nell’evocare un passato mitico che non c’è più (e non si sa dove sia finito), ma anche quella di mostrare la Roma di Marta, quindi lontana dalla cartolina riconoscibile, così come l’invito a non cercare spiegazioni che non siano le proprie. Il mistero degli stormi di uccelli che si riuniscono in cielo creando fantastiche geometrie, con cui si apre e chiude il film, in tal senso è anche questa una bella scelta. Ho lasciato per ultimo l’elefante nella stanza, cioè il romanzo di origine di Michela Murgia, considerato la sua eredità spirituale, ma non avendolo letto mi limito ad apprezzare il linguaggio del cinema con cui è stato trasposto.

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